Grandi-eventi e soldi pubblici: la logica tossica del Capodanno

Punto e a capo

Passata l’ebrezza del Capodanno, con i suoi pregi limitati e i suoi tanti difetti strutturali, vale la pena tornare su un discorso che, su queste pagine, avevamo già accennato. È proprio a freddo che si capisce meglio cosa sta succedendo.

Le piazze vengono riempite a colpi di cachet milionari. I big della musica – sempre gli stessi, che si spartiscono i palchi a rotazione – portano poche novità e confermano un dato costante: l’esclusione sistematica dei musicisti locali. Alla base di tutto c’è una logica aziendalistica applicata al Capodanno, trasformato da rito collettivo a prodotto da vendere. Artisti “che portano gente”, ripetuto come un mantra. Il resto non conta.

In questo quadro, l’obiettivo non è la cultura, né il piacere di vivere e far vivere una comunità. L’obiettivo è coltivare la presunzione di far diventare ogni festività un volano economico, un tassello dell’idea di turistificazione delle città, soprattutto dei grandi centri. È dentro questa ossessione per l’evento permanente che si perde il senso stesso della festa.

Ne parlo ora perché si sta spegnendo il gossip sulle piazze del Capodanno. Nulla contro la festa in sé, ma è proprio qui che occorre tornare a parlare di cultura, di territorio e di comunità. Se il Capodanno è un rito collettivo di buon augurio, un modo per salutare l’arrivo del nuovo anno, che cosa ha a che fare con la competizione tra città, con la rincorsa al grande nome, con il business turistico? E soprattutto: perché chi produce cultura e lavora in Sardegna viene regolarmente escluso dai palchi che contano?

Non è una questione di gusti musicali né di merito artistico. È una scelta politica, basata sulla competizione tra territori a spendere di più, sempre di più, per alimentare un circuito autoreferenziale. Solo quest’anno la Regione Sardegna ha stanziato circa 3 milioni di euro per cofinanziare 18 concerti di Capodanno, coprendo in media il 50% dei costi. A questi si aggiungono circa 651 mila euro del Fondo unico nazionale per il turismo. Un’enormità di soldi pubblici spesi in pochi giorni.

È così che il Capodanno diventa il rito massimo di una logica tossica: la cultura ridotta a intrattenimento usa-e-getta, l’evento come strumento di consenso. Basti pensare alle dichiarazioni di Marco Mengoni dal palco dell’Isola Bianca di Olbia: «I miei fan mi chiedono perché non vengo mai in Sardegna. Perché non ci sono posti dove fare concerti», rivolgendosi direttamente al sindaco e proponendo: «Facciamo un posto per i concerti». Una dichiarazione accolta con grande entusiasmo, nonostante l’artista sia stato in Sardegna cinque volte solo nel 2025. Viene allora da chiedersi se il problema sia davvero la mancanza di strutture, o piuttosto il modo in cui vengono spesi i soldi per la cultura e lo spettacolo.

A rendere evidente il paradosso è un dato semplice: i big lavorano sempre, soprattutto nelle date che contano. Gli artisti locali, invece, restano fuori. Eppure potrebbero lavorare assieme, condividere i palchi, come osservano anche i GolaSeca, la rock band di Carbonia, dalla loro pagina Facebook.

Il punto è che non si investe in cultura: si investe in bacini elettorali, in sistemi clientelari e in demagogia spiccia. Tutto il resto diventa rumore di fondo, utile solo a distogliere l’attenzione dal nodo vero.

La stessa dinamica si ripete nei festival letterari che contano. Grandi nomi che si alternano sui palchi principali, spesati con soldi pubblici, vengono accolti come star, presentano il loro libro, vendono tanto e se ne vanno. Gli autori locali vengono relegati negli eventi di contorno, negli off, nelle anteprime. Al territorio resta l’euforia per aver ospitato il grande nome e per l’incasso di una o due notti per bar, ristoranti e strutture ricettive.

Dunque, l’oggetto della polemica non dovrebbe essere il gusto per questo o quel personaggio, né la qualità dello spettacolo, ma il valore che diamo a intrattenimento, cultura e lavoro in una terra dove milioni di euro continuano a finire negli stessi circuiti, alimentando un paradigma che andrebbe finalmente ribaltato.

Denunciarlo non è sterile polemica. È un dovere, per chi fa cultura e per chi rifiuta di farsi spacciare l’ennesimo grande evento da intrattenimento come politica culturale.

(Giovanni Fara)

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2 Comments

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  • Andrea

    04/01/2026 / at 16:08 Rispondi

    Purtroppo mercato non fa rima con cultura. E il concetto di globalizzazione stride con quello di territorialità. E vabbè. Questo principio, però, non dovrebbe collidere con la possibilità di affiancare i big con gli artisti locali. Perché non tutti giocano in serie A, e per arrivare alle massime serie bisogna partire dal basso.
    Tuttavia (penso io) interessa solo sfruttare la popolarità non contribuire a costruirla. È piu facile e aumenta anche i consensi.

  • Ivana Langiu

    04/01/2026 / at 17:55 Rispondi

    L’antica strategia Panem et circenses funziona ancora: si offre alle masse per distrarle dai problemi politici e sociali e ottenere obbedienza. Nel contempo si promuove un’identità collettiva omologata ai modelli dominanti a discapito delle identità plurali, dinamiche e performative. Una volta, non molto tempo fa, insieme ai “grandi nomi” si esibivano “i piccoli nomi”. Perché ora no?

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