
Il Festival dei Tacchi ha costruito negli anni la propria identità sul legame con il territorio, sulla memoria locale e sull’idea di una cultura profondamente radicata nelle comunità. Proprio per questo vale la pena chiedersi come possa una manifestazione, che si presenta come espressione di Ulassai e della sua storia, non interrogarsi sulle voci che restano fuori dal racconto.
La domanda non riguarda la presenza di una singola voce, ma i criteri che guidano una rassegna quando sceglie di parlare di territorio. Se un programma vuole rappresentare una comunità, chi stabilisce quali narrazioni siano degne di entrare in scena? Con quali metriche si selezionano testi e autori, e quale idea di memoria viene costruita attraverso queste scelte?
Il punto non è mettere in discussione il valore del Festival, né negare l’importanza di un evento che negli anni ha dato spazio a numerose esperienze artistiche. La questione riguarda piuttosto la coerenza tra la narrazione che la manifestazione fa di sé e le scelte concrete della programmazione.
In questo senso, la sollecitazione sollevata sui social da Silvana Mulas [QUI] è dirimente. Seppur non manchi la rappresentanza femminile nel cartellone generale, osservando la sezione dedicata alle “Voci di Ulassai” emerge, nell’edizione attuale come in quella dello scorso anno, una presenza esclusivamente maschile. Mulas pone una domanda precisa: «Qual è il criterio di selezione dei testi? Davvero a Ulassai non ci sono voci femminili?»
Aggiungiamo che è paradossale come, proprio nello spazio pensato per restituire la produzione e l’identità del paese, non trovino visibilità alcune voci locali che lavorano sui temi della memoria, dei luoghi e dell’appartenenza. È il caso della stessa Silvana Mulas che, nei romanzi La frana e Oltre il fiume, ha scelto di raccontare una delle pagine più dolorose della storia ogliastrina: l’alluvione del 1951 che colpì duramente Gairo e Osini. Sullo sfondo di quella tragedia si intrecciano le vicende di donne e comunità che reagiscono ricostruendo una memoria condivisa. Un festival che vuole essere rappresentazione del territorio dovrebbe essere il primo luogo in cui interrogarsi su chi viene incluso e chi rimane ai margini.
Quando uno spazio culturale si affida sempre ai soliti nomi o a una sola prospettiva, il rischio è quello di filtrare il racconto, lasciando fuori le voci capaci di porre domande scomode, proporre letture differenti e mettere in discussione interpretazioni consolidate e rassicuranti. Non si sostiene che una voce debba essere inserita automaticamente per appartenenza geografica o per genere; la questione è ben più complessa: un territorio non può essere raccontato pienamente se alcune delle sue esperienze vengono sistematicamente escluse o rese invisibili.
Diventa centrale, allora, la responsabilità di chi organizza e decide i programmi. I festival non sono unicamente luoghi di intrattenimento: le scelte di programmazione determinano quali autori e quali temi trovano spazio nel dibattito pubblico. Se la cultura viene finanziata collettivamente, è legittimo chiedersi quali criteri guidino tali scelte e se queste favoriscano davvero partecipazione e pluralismo, oppure se finiscano per consolidare i soliti circuiti. Il rischio è confondere la valorizzazione culturale con lo spettacolo e l’intrattenimento fine a sé stesso, dove il territorio diventa una semplice cornice di consumo per turisti e la Sardegna una decorazione di contorno.
Resta infine centrale la questione della rappresentanza femminile. Su questo la Sardegna, che sta celebrando il centenario del Nobel a Grazia Deledda, dovrebbe ben sapere come i meccanismi di marginalizzazione impoveriscano l’offerta culturale e incidano sulla memoria collettiva. Senza costruire paragoni impropri, occorre riflettere su quanto pesino ancora i pregiudizi nei confronti delle autrici e quanto questi incidano sul loro riconoscimento in ambito letterario.
(Redazione)







Silvana Mulas
Grazie a indilibri per questo intervento lucido e argomentato che dà un contributo importante e significativo al dibattito sulla rappresentanza di genere e sulla visibilità degli autori locali nei diversi contesti culturali.
Maria Daniela Carta
Per quale motivo alle donne dovrebbe essere “concesso” uno spazio? Come se fosse una concessione dall’alto e non un diritto già radicato?
Non lo abbiamo forse conquistato attraverso la scrittura, la narrazione, studiando e producendo legami nella nostra comunità, con la nostra identità e nel nostro territorio? Noi sappiamo della fatica quotidiana di sollevarsi sempre, oltre i silenzi imposti, le presenze negate.
Ignorare le nostre voci significa impoverire la cultura e tradire la memoria collettiva.
Povera cultura, così si compromette la realtà. Senza le donne, nessun racconto può dirsi realmente completo. Come si può osservare un’opera osservandone solo la metà?
Siamo tante e non siamo invisibili, ci vedete eccome!