L’Agnata, De André e il diritto di contestare il potere

Ho aspettato qualche giorno, lasciando che l’argomento si raffreddasse, prima di intervenire sulla polemica dell’Agnata e provare a ragionare su alcuni aspetti che, finora, mi pare siano rimasti un po’ ai margini.

Il concerto all’Agnata è un appuntamento annuale dedicato a Fabrizio De André. Quest’anno rientrava nel programma ufficiale di Time in Jazz, il festival diretto da Paolo Fresu: il 9 agosto 2026 è toccato a Diodato tenere il tradizionale concerto-tributo a Faber.

La prima cosa che salta agli occhi, però, è la presenza, a lato del palco e del pubblico pagante – un migliaio di persone sedute in terra con asciugamani e stuoie – di una zona evidentemente riservata a staff, giornalisti e personalità politiche. Tra queste c’è Matteo Salvini, accanto al quale siede Dori Ghezzi.

Ciò che può sembrare un dettaglio, però, svela già molto: da una parte gli spettatori paganti, dall’altra le personalità dello spettacolo e della politica, nel luogo che De André aveva concepito come un rifugio lontano dalla mondanità. L’Agnata pensata da De André avrebbe potuto rimanere quella che conosciamo attraverso i filmati della fine degli anni Settanta, se nel frattempo non fosse cambiato il modo di viverla e di raccontarla. Certo, non avrebbe avuto senso trasformare questo luogo in un santuario, e i luoghi rappresentano qualcosa di importante finché siamo ad essi legati, perché ci sentiamo a casa, e non quando diventano strutture turistiche o spazi in cui organizzare eventi durante la stagione estiva. Allo stesso modo, non si deve trasformare De André in un santino, in una figura buona per tutte le stagioni, privata della parte più scomoda del suo percorso umano e artistico.

Perché De André non era semplicemente un musicista. Era un cantautore, e il suo percorso non è mai stato nazional-popolare né adatto a tutte le platee. Canzonava il potere, lo raccontava per metterlo a nudo, ne mostrava le contraddizioni. E rifuggiva anche da certi giudizi morali propri di una società altolocata e borghese.

Dobbiamo davvero arrenderci all’idea che De André sia stato soltanto un intrattenitore musicale? No.

E veniamo dunque allo scandalo.

Dopo alcune canzoni, dal pubblico una spettatrice contesta la presenza di Salvini e si mette a urlare che Salvini rappresenta tutto ciò che De André contestava e che era una vergogna averlo invitato.

Il paradosso arriva dopo, quando Dori Ghezzi stigmatizza la contestazione, pur dichiarando di pensarla diversamente da Salvini e ricordando di essere di sinistra. Il suo richiamo al dialogo, al confronto come fondamento della democrazia e alla capacità della musica di unire finisce però per mettere all’indice proprio chi ha esercitato una libertà democratica: quella di manifestare pubblicamente il proprio dissenso nei confronti di un politico che incarna idee e valori diametralmente opposti al pensiero di De André.

Salvini non era lì a caso. La sua presenza si inserisce in un fenomeno più ampio di appropriazione culturale da parte di una certa politica di figure che, come De André, hanno lasciato un segno proprio perché hanno contestato il potere e le ipocrisie della società. Il rischio è che queste figure vengano private proprio di quella parte del loro pensiero che le rendeva scomode e non accomodanti.

Possiamo comprendere le parole di Diodato, che non era il padrone di casa e ha scelto di proseguire il concerto, auspicando che la musica potesse, in qualche modo, illuminare anche la politica.

Possiamo comprendere anche la posizione espressa da Paolo Fresu, che in sostanza ha detto che Salvini non era stato invitato e non lo avrebbero mai invitato, ma che nessuno aveva il diritto di mandarlo via, perché L’Agnata è la casa di Dori Ghezzi e De André, non quella degli organizzatori del festival.

Fresu ha difeso anche il diritto a contestarlo e ha chiarito di non voler difendere Salvini.

Ma forse è proprio questo il punto: nel tentativo di tenere insieme tutte le posizioni, si finisce per perdere di vista la questione più importante. Non tanto Salvini, né il diritto degli organizzatori di ospitarlo o di non allontanarlo, quanto il diritto di chi era tra il pubblico di contestare quella presenza.

E forse ancora più interessante della contestazione stessa è stato constatare quanto nessuno sembri più abituato ad accettare una critica.

È stata la spettatrice a rinunciare a godersi lo spettacolo accanto a un politico che incarna tutto ciò che nelle sue canzoni De André avversava. Ha scelto di manifestare il proprio dissenso e per questo è stata messa all’indice, perché il potere non si contesta: con il potere si deve dialogare.

Lo stesso dialogo invocato da chi per anni ha sostenuto la politica dei porti chiusi e il contrasto alle navi impegnate nei soccorsi in mare? Da chi oggi si fa promotore di cauzioni per chi organizza manifestazioni e contribuisce, giorno dopo giorno, a restringere gli spazi del dissenso e del diritto di contestazione?

Non siamo ipocriti. Prendiamo atto che si sia arrivati persino a fare scudo al potere, magari senza rendercene conto.

Chi sta sul palco, nelle file riservate, chi appartiene alla politica o allo spettacolo, sembra godere di uno scudo protettivo che gli altri non hanno. Qualsiasi cosa faccia o dica. E una parte del pubblico pagante, in cerca di puro intrattenimento, finisce per prendersela con chi sta alla propria altezza invece di guardare verso l’alto.

È una riflessione anche per chi pensa che la lotta di classe non sia più attuale.

Forse oggi è diventata una guerra di classe in orizzontale: ci si rimprovera, ci si zittisce, ci si mette l’uno contro l’altro, ed è questo che più fa comodo al potere.

Al prossimo anno, chissà. In nome del dialogo e di quel rispetto ossequioso che si deve ai governanti, potrebbe esserci seduto Vannacci, accanto Dori Ghezzi?

E allora qualsiasi giudizio critico, qualsiasi forma di contestazione, potrebbe essere liquidata come fuori luogo. Perché il problema non sarebbe più ciò che si contesta, ma il fatto stesso di contestare.

Ma forse, la contestatrice era semplicemente lei a essere fuori posto.

Io mi sento vicino a quell’unica persona che ha avuto il coraggio di alzarsi in piedi e dire che quella presenza non le andava bene.

Alice De André ha voluto ricordare sui social il nonno con alcuni versi de “La domenica delle salme”.

Il ministro dei temporali
In un tripudio di tromboni
Auspicava democrazia
Con la tovaglia sulle mani e le mani sui coglioni

Io voglio aggiungere qualche verso di Amico fragile”.

Senza rimpiangere la mia credulità
Perché già
Dalla prima trincea
Ero più curioso di voi
Ero molto più curioso di voi

(Govanni Fara)

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