Protagonismo e inclusione all’interno della XXIII Mostra del Libro di Macomer

Punto e a Capo

Si è chiusa ieri la ventitreesima edizione della Mostra del Libro in Sardegna, la manifestazione più importante dedicata al libro nell’isola. Quattro giorni densi, con una programmazione curata dal Centro Servizi Culturali e sostenuta da un’amministrazione presente e attiva per tutta la durata della manifestazione. Le presentazioni, gli incontri con autrici e autori e i laboratori hanno coinvolto migliaia di persone, con attività rivolte a circa duemila alunne e alunni da tutta la Sardegna, mantenendo un equilibrio tra pubblico giovane e adulto. Un mix che ha garantito la buona riuscita dell’evento.

Da qui nasce qualche riflessione su cosa significhi, per chi vive la filiera editoriale – editori, scrittrici e scrittori – partecipare a un appuntamento come questo.

Quest’anno erano presenti sette case editrici: Nor, Condaghes, Catartica, Angelica, Ischìre, Barbaro, Logus Mondi. Sette realtà che, pur in un numero più contenuto rispetto ad altre edizioni, rappresentano una parte solida e dinamica della produzione libraria dell’isola. Gli editori, quando trovano spazi adeguati e condizioni pensate con criterio, sanno rendersi visibili, dare forza ai propri cataloghi e mettere al centro ciò che è davvero il cuore del loro lavoro: il libro. È su questo che dovrebbe concentrarsi ogni iniziativa pubblica dedicata alla promozione del libro in Sardegna: non sull’idea di editoria assistita, ma su un contributo che dia modo agli editori di valorizzare marchi, titoli e identità editoriali, creando uno dei momenti più significativi dell’anno, quello del rapporto con chi legge.

Per Catartica questa è stata la prima partecipazione autonoma, con uno stand proprio. Un passaggio importante: avere uno spazio riconoscibile, mostrare i libri in modo ordinato e accessibile, presentarsi con la propria identità. Una mostra del libro deve fare esattamente questo. Per un editore non è solo un banco di vendita, ma l’occasione per capire come il pubblico percepisce il lavoro svolto, per ascoltare domande, impressioni e interessi. Quest’anno tutto questo è stato possibile e spero sia un modello da riproporre.

Remo Barbaro (DBE Barbaro editore), Pierluigi Lai (Logus Mondi), Giovanni Fara (Catartica Edizioni), Lucia Angelica (Angelica Edizioni), Francesco Cheratzu (Edizioni Consghes, Nor Edizioni) Ciro Auriemma (Ischìre)

La questione degli spazi resta centrale. Programmare un evento così significa dare a ciascun partecipante la possibilità di presentarsi al meglio e far emergere il proprio lavoro. È un aspetto su cui sarebbe utile lavorare da subito, in vista della prossima edizione.

Vale la pena soffermarsi anche sul concetto di “inclusività” e sul ruolo degli editori all’interno di eventi di questa portata. Inclusività significa dare voce alle esigenze degli editori, creando protagonismo e partecipazione reali. Uno sforzo su cui ci si deve impegnare sia come editori – associati o meno – sia come istituzioni. Questo vuol dire creare condizioni concrete per far arrivare il proprio catalogo alle persone, presentare il proprio lavoro in modo professionale e instaurare un contatto personale con chi frequenta la manifestazione, valorizzando le peculiarità di ciascun editore. Quando ci sono gli spazi giusti, una programmazione equilibrata e la volontà di ascoltarsi – aspetti sempre migliorabili e che meriterebbero un confronto continuo sin da ora – i risultati arrivano. Non solo in termini di presenze o vendite, ma soprattutto di percezione, riconoscimento e senso di appartenenza a un progetto culturale che riguarda non solo Macomer ma l’intera isola.

La Mostra del Libro di Macomer, per come l’ho vissuta quest’anno, conferma queste potenzialità e pone le basi per un lavoro comune nelle prossime edizioni. Da qui si può ripartire.

(Giovanni Fara)

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