Rizzi, il cammello e le tradizioni sarde: tra polemiche e pregiudizi

Punto e a capo

In questi giorni si è discusso molto del Carnevale di Ovodda, finito al centro di una polemica strumentale su cui vale la pena riflettere. La questione riguarda le accuse di inciviltà e maltrattamenti di animali rivolte da Enrico Rizzi, una specie di influencer animalista, molto attivo in rete, nei confronti della manifestazione e dell’intera comunità che la ospita, andando a mio avviso ben oltre il dibattito sulla tutela degli animali e finendo per scatenare le più disparate e scomposte reazioni nei confronti della Sardegna, delle nostre comunità e delle nostre tradizioni, comprese le manifestazioni folkloristiche, religiose e culturali.

Enrico Rizzi è noto per i suoi frequenti video sensazionalistici in cui cerca sostanzialmente di accrescere la propria popolarità. Rizzi ha sollevato questa volta la polemica contro il Carnevale di Ovodda e la festa di Sedilo Su Puddu.

Prima di entrare nel merito delle due vicende, che a parer mio vanno affrontate su due piani differenti, è doveroso fare una precisazione: non è certo corretto procurare sofferenza agli animali per il divertimento delle persone. Vorrei cercare di allontanarmi dalla logica delle tifoserie da stadio, da quel clima esasperato che, soprattutto a partire dalla pandemia, ha spinto a polarizzare qualsiasi dibattito, dividendo le persone in fazioni contrapposte di “buoni” e “cattivi” e precludendo ogni possibilità di confronto e ragionamento razionale. Trovo sensato evitare di uccidere degli animali per una festa. I polli a Sedilo potevano essere sostituiti con dei pupazzi, salvaguardando ugualmente la tradizione. Su questo la critica di Rizzi parrebbe non essere così fuori luogo. Se ne faranno una ragione quelli che cercano facili consensi sul piano politico, in fin dei conti curando la propria notorietà in rete al pari di Rizzi. È l’epoca del populismo a basso costo sui social, dove si cerca il consenso facile in base alla propria platea di riferimento. Rizzi lo fa con ambientalisti della domenica, vegani e vegetariani irriducibili, pronti ad accusare chi mangia carne di essere “un sepolcro vivente” (come recitava una vecchia scritta su un muro a Sassari) e a chiamare “mostri” gli allevatori che, con fatica, portano avanti le loro imprese e sostengono intere famiglie. Altri, invece, cercano semplicemente di guadagnare l’approvazione dei potenziali elettori. Peccato che tutto questo vada a discapito di un dibattito che nel suo insieme sarebbe anche interessante da affrontare: il conflitto tra la tutela degli animali e il rispetto per le comunità e le loro tradizioni.

Fatta questa doverosa premessa, credo che il comportamento e le motivazioni di Enrico Rizzi siano del tutto fuori luogo. Commentando alcune immagini della festa di Ovodda, ha definito organizzatori e partecipanti “incivili”, etichettando l’evento come “oscenità e barbarie, di una parte di Sardegna rimasta indietro”. Rizzi ha parlato senza comprendere né conoscere quella tradizione e quella comunità, abbandonandosi a insulti insensati, dettati dal suo sentimento superiore e “civile”, senza avere il benché minimo senso della realtà che stava descrivendo. Nel confronto con Michele Ladu, il proprietario del cammello che ha sfilato al Carnevale di Ovodda, Rizzi arriva persino ad augurarsi il fallimento di tutti gli allevatori. Un atteggiamento evidentemente volto allo scontro e all’insulto, che colpisce un comparto fondamentale come quello dell’allevamento e della pastorizia, da sempre legato alla cultura e alle comunità sarde. Sono rari i sardi che non hanno un allevatore tra i propri parenti più stretti. Senza questa consapevolezza, è difficile comprendere quanto le parole di Rizzi siano completamente inadeguate. Michele Ladu ha poi raccontato di come Rodolfo, il cammello protagonista della sfilata di carnevale, sia stato salvato da una vita di sofferenza e ora viva in libertà, smontando completamente le accuse mosse da Rizzi.

Le critiche alla manifestazione hanno dato il via al solito scontro sui social, alimentando il sentimento di frustrazione e autocolonialismo di molti sardi che si guardano attraverso la lente distorta degli italiani, finendo così per automortificarsi. Questo discorso, però, non ha nulla a che fare con l’evoluzione delle abitudini alimentari o con la giusta tutela del benessere animale. Si tratta, piuttosto, di un atteggiamento razzista che offende la Sardegna, mentre una parte di sardi si lascia giudicare da chi questa terra non la conosce affatto. La Sardegna è tutt’altro che arretrata. Come in ogni parte del mondo, ci sono vegetariani, vegani e chi mangia carne. Esistono tradizioni culturali e folkloristiche che vanno preservate, perché rappresentano il processo storico di un popolo. Questo accade ovunque, e sono proprio queste tradizioni che contribuiscono all’evoluzione e alla costruzione delle nostre civiltà. Se in una manifestazione carnevalesca sfilano animali e carri che espongono pelli, non dovrebbe rappresentare un problema, ma lo diventa solo per i benpensanti o per chi cerca di imporre, con forza e arroganza, il proprio pensiero sugli altri, come fa ripetutamente Rizzi. Quest’ultimo arriva addirittura a insultare, offendere e incorrere in reati di diffamazione pur di affermare la sua “personale” etica e visione del mondo. Ma siamo davvero convinti che questo sia il modo giusto per stimolare una riflessione sul benessere animale? E, soprattutto, che persone come Rizzi siano i veri animalisti?

Ciò che Rizzi, dalla sua “cultura”, non riesce a vedere e comprendere è quel rapporto e quell’equilibrio che si creano in una realtà che lui non vive e non conosce: gli allevatori, nella stragrande maggioranza dei casi, trattano gli animali con molta più attenzione e cura di quanto molti di noi trattino i propri animali domestici in città, dove cani e gatti sono spesso costretti a vivere in pochi metri quadri per il nostro egoismo. Non si può non notare l’ipocrisia che anima questo influencer, che sfrutta la visibilità e la viralità dei suoi video più per scopi personali che per un autentico impegno animalista. Se l’effetto della sua campagna è quello di generare rabbia, frustrazione, odio ingiustificato e razzismo, piuttosto che promuovere un dibattito serio sul benessere animale, allora le sue intenzioni sono ben lontane da quelle dichiarate. 
 
Rizzi per il 29 marzo ha annunciato una manifestazione a Cagliari, e ciò che mi sento di consigliargli è di recarsi in qualche ovile, con rispetto, e perché no, chiedere scusa. Ma è troppo pieno di sé per comprendere di aver preso un grosso abbaglio.
 
(Giovanni Fara)

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