L’eredità di Assata Shakur: emancipazione, resistenza e ribellione

“Non sono libera finché non lo sarà ogni donna. Non sono libera finché non lo sarà ogni persona nera. Non sono libera finché non lo sarà ogni oppresso.”

È morta a L’Avana il 25 settembre Assata Shakur, aveva 77 anni. Figura simbolo di decenni di lotte contro la discriminazione razziale e per i diritti civili della storia contemporanea in America, ma anche con un significativo eco internazionale. La notizia è stata confermata dal ministero degli Esteri cubano, che ha parlato di un peggioramento delle sue condizioni di salute legato all’età. Con la sua scomparsa si chiude un capitolo significativo della storia dei movimenti rivoluzionari neri, segnato anche dal complesso rapporto tra Cuba e Stati Uniti, e caratterizzato da molti tentativi di richieste di estradizione respinte da L’Avana.

Il vero nome di Assata Shakur alla nascita era Joanne Deborah Byron, conosciuta anche come Joanne Chesimard. Nata a New York nel 1947, cambiò il suo nome nel 1971: Assata Olugbala Shakur, “colei che lotta” e “la grata”, in arabo e yoruba, un segno evidente della propria genealogia politica e della volontà di dichiarare pubblicamente i propri ideali di libertà ed emancipazione.

Negli anni ’60 e ’70, come militante delle Black Panther, Assata prese parte a molte esperienze civili in solidarietà alle fasce marginali della popolazione nera, organizzando colazioni gratuite per bambini e cliniche popolari. Questo impegno politico dimostra che la lotta rivoluzionaria ha risvolti concreti di solidarietà e costruzione di comunità. In seguito fu militante del Black Liberation Army, soprattutto in risposta alle crescenti persecuzioni, repressioni e violenze subite dalle comunità nere da parte delle forze dell’ordine.

Fu coinvolta nelle operazioni del famigerato COINTELPRO, ricercata dall’FBI e dalle polizie di ogni parte degli Stati Uniti, nel quadro della campagna volta a criminalizzare e discreditare il movimento di liberazione nero. Nel 1973 fu coinvolta in uno scontro con la polizia nel New Jersey durante il quale fu ucciso un agente. Dopo quattro anni di carcere, a marzo del 1977 fu condannata all’ergastolo per quell’omicidio e per diverse rapine a mano armata, ma senza prove reali.

Nel 1979, con l’aiuto di un commando che comprendeva anche Silvia Baraldini, attivista italiana legata ai movimenti di liberazione nera e alle Black Panther, riuscì a evadere e raggiungere Cuba: il gruppo prese in ostaggio una guardia e un autista di furgone, liberò Assata e rilasciò gli ostaggi senza spargimento di sangue. Baraldini fu poi arrestata e condannata a 43 anni, di cui 20 per concorso nell’evasione.

A Cuba, dove ottenne l’asilo politico nel 1984, Assata si dedicò a scrittura, attivismo politico e culturale e al sostegno delle cause dei movimenti di liberazione nera. Lavorò come redattrice per Radio Havana Cuba, diffondendo messaggi di solidarietà e lotta contro razzismo e imperialismo. Nel 1987 pubblicò la sua celebre autobiografia (Assata: An Autobiography), diventata un testo fondamentale negli studi critici su razza e giustizia; in Italia fu pubblicata nel 1993 da Massari Editore con il titolo Assata. Un’autobiografia. Nel libro racconta la persecuzione dell’FBI, l’oppressione di essere donna, e donna nera in particolare, fino alla crescita di una consapevolezza rivoluzionaria come attivista e combattente nel movimento nero degli Usa, ricostruendo le pagine più importanti della propria vita, dall’infanzia sino al periodo del carcere.

A Cuba, Assata ha continuato a diffondere il suo messaggio di resistenza attraverso scritti, interviste e partecipazione ad iniziative politiche. Il governo cubano ha visto in lei un’esponente di movimenti rivoluzionari anti-imperialisti, supportando la sua causa come parte della lotta globale contro il capitalismo e il razzismo.

Nelle Pantere Nere, dove conobbe Afeni Shakur, madre di Tupac, instaurò un legame di profonda amicizia e militanza. La sua vicinanza alla famiglia e il suo impegno politico l’hanno resa l’ispiratrice di opere come “A Song for Assata”, consolidando la sua popolarità anche nel mondo del rap americano.

Assata Shakur rimase per decenni nella lista dei ricercati dell’FBI, che nel 2013 offrì una taglia di due milioni di dollari per la sua cattura, mentre numerose campagne internazionali denunciarono la condanna come persecuzione politica. La sua vita, le scelte e la resistenza sono una lezione di coraggio e determinazione, una guida per chi lotta oggi contro oppressione e razzismo.

Assata Shakur se ne va, ma la sua voce resta viva, come testimonianza delle lotte contro la discriminazione razziale, per l’emancipazione femminile, che ancora oggi ispirano i più moderni movimenti civili e battaglie presenti e future contro l’oppressione, come il Live Black Matter dal razzismo sistemico negli Stati Uniti, ma anche in Europa, dal femminismo contemporaneo alle lotte di tutte le comunità oppresse e dei popoli minoritari. Mai quanto in questo periodo il messaggio di ribellione trasmesso da questa importante figura politica è attuale e contemporaneo.

(Corea)

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