Cronaca avvelenata: quando il giornalismo assolve i carnefici

Punto e a capo

Ne hanno parlato in tanti sui social, all’indomani della confessione dell’assassinio di Cinzia Pinna e dei titoli di giornale che lo hanno accompagnato. In particolare ha suscitato, e giustamente, un’ondata di disapprovazione il modo in cui certa stampa continua a fare giornalismo: non solo la carta stampata, ma anche televisioni e siti che ci hanno ormai abituato a un livello di approssimazione imbarazzante, oppure ad approfondimenti che puntano sulla morbosità sociale, senza mai indagare alcun fattore culturale che si nasconde dietro un fenomeno come quello dei femminicidi, o più in generale della violenza nella società contemporanea. Questa volta, però, il livello non è passato inosservato. E così i social, che spesso sono invasi da hater, troll e umoristi da tastiera, hanno lasciato spazio a moltissime riflessioni su una vicenda che ha dell’incredibile.

Salta subito all’occhio un meccanismo preciso: la vittima, Cinzia Pinna, viene descritta come una donna che “avrebbe potuto scegliere strade meno difficili” e che invece aveva deciso di allontanarsi dalla famiglia di ristoratori di Castelsardo per cercare indipendenza, finendo per avere “cattive frequentazioni”. La stampa non si fa mancare quel pizzico di classismo strisciante che rimarca la differenza tra la ragazza che fa le stagioni in Costa e il futuro brillante del suo assassino, Emanuele Ragnedda, raccontato come un intraprendente imprenditore del vino. Ma non solo: la narrazione diventa insopportabile quando la vittima, nella sostanza, viene presentata al pubblico come colpevole della propria sorte.

L’assassino, non viene quasi mai nominato per quello che è: nei titoli e negli articoli diventa “un imprenditore di successo”, “un uomo brillante”, rappresentato dai video della sua attività professionale. Per la donna, invece, scorrono immagini di lei barcollante, poche ore prima di essere uccisa: una che “faceva le stagioni”, che “aveva cattive compagnie”. E così accade che di lui oggi sappiamo tutto: giovane rampollo, ambizioso, sicuro di sé, imprenditore del vino con prospettive di successo. Di lei, invece, sappiamo solo che aveva 33 anni, che era originaria di Castelsardo e che aveva scelto “una vita in salita”.

Qui qualcosa non torna, ed è qualcosa che va ben oltre il singolo episodio. È il retaggio culturale patriarcale che ancora oggi struttura il racconto della violenza di genere. La vittima colpevolizzata, l’assassino nobilitato. Lei “difficile”, lui “intraprendente”. Lei “libera ma fragile”, lui “imprenditore con il vino nel DNA”. Una narrazione che ribalta i ruoli, che addolcisce la gravità dell’accaduto e intanto costruisce sospetto e discredito attorno a chi non può più difendersi, nemmeno dai tentativi di limitare le responsabilità del suo carnefice. E allora ci si chiede se il mondo dell’informazione abbia davvero consapevolezza del proprio ruolo.

Non ci sono scuse né alibi. Non è un incidente, non è destino, non è una “vita sbagliata”. Cinzia Pinna è stata ammazzata con un colpo di pistola. Il suo corpo è stato nascosto per tredici giorni in una tenuta vinicola. Si potrebbero discutere sul movente, ipotizzando che sia legato all’uso di sostanze stupefacenti, a dissapori tra i due oppure a possibili avance di Emanuele Ragnedda nei confronti della vittima. Ma al di là delle indagini, il problema resta il modo in cui la stampa e i media trattano la vicenda: ogni volta che un titolo evita la parola “assassino” e si rifugia in formule come “trovata morta”, ogni volta che una televisione ci mostra la vittima traballante e l’uomo col piglio dell’imprenditore di successo, non è cronaca: è un’altra forma di violenza, più subdola, che ci mette di fronte a una responsabilità collettiva.

Non possiamo illuderci che il cambiamento culturale arrivi solo dai social, dove pure la pressione dal basso ha un ruolo importante. Il punto è che il mondo dell’informazione deve assumersi fino in fondo la responsabilità di cambiare modo di “fare notizia”. Perché non sono gli strumenti a determinare la fiducia dei lettori e degli spettatori, ma il modo di comunicare e raccontare un fatto. Sempre più persone scelgono di informarsi su canali alternativi non perché il web “attira di più”, ma perché non vogliono più subire filtri dettati da dinamiche culturali, politiche e sociali corrotte.

Ecco perché è importante parlarne, non solo sui social, ma nei blog, nelle testate indipendenti, nei giornali che fanno un lavoro di contro-narrazione. Perché finché i grandi media continueranno a giustificare i carnefici e a colpevolizzare le vittime, non sarà soltanto la cronaca a essere avvelenata: sarà la nostra stessa cultura a restare malata. E sarà un’informazione complice di un modello sociale che non chiama le cose con il loro nome, che cerca in ogni modo di limitare le proprie responsabilità, talvolta piegandosi alle pressioni di chi ha potere o di chi in questa società occupa ruoli che appaiono “rilevanti”, ma che in realtà sono parte di un problema. E se i giornalisti non hanno problemi a guardarsi allo specchio la mattina, parliamo di loro e del loro discutibile modo di raccontare i fatti. Facciamoli vergognare un pochino.

(Giovanni Fara)

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3 Comments

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  • Micaela

    26/09/2025 / at 23:07 Rispondi

    Bellissimo articolo, scritto con intelligenza e che spinge, spero, ad una profonda riflessione sulla questione.

  • Daniela

    27/09/2025 / at 15:01 Rispondi

    Un articolo profondamente necessario urgente e veritiero. Questa è l’analisi reale, che gradirei leggere da un giornalista. Grazie, grazie davvero

  • Andrea

    27/09/2025 / at 21:02 Rispondi

    Condivido ogni singola parola. Ottimo articolo che dice quello che si deve dire

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