
Con il progetto Novecento, Davide Barella torna a occuparsi di autori e opere del secolo scorso rimasti ai margini delle consuete rotte editoriali. Dopo le precedenti esperienze di curatela per la Collana Raichinas di Catartica Edizioni, dedicate a Emilio Salgari e Grazia Deledda, Barella si confronta ora con Emanuel Carnevali e con Il Primo Dio, intensa opera autobiografica che racconta l’esperienza di un giovane italiano emigrato negli Stati Uniti.
Nell’intervista parliamo della nascita della nuova collaborazione, del lavoro del curatore e delle ragioni che rendono ancora attuale la vicenda di Carnevali, dalla letteratura al tema delle migrazioni, fino ai valori dell’empatia e della tolleranza.
1) Come è maturata l’idea di questo progetto e cosa ti ha portato a proporre proprio a Catartica Edizioni un percorso dedicato alla riscoperta degli autori del Novecento?
L’idea nasce fondamentalmente fra i banchi di scuola, perché a parte la passione che nutro personalmente per gli autori e le opere del novecento, noto sempre con molta soddisfazione quanto ai miei ragazzi piaccia scoprire nuove realtà, quelle che generalmente non si trovano nei libri di testo, e riscontrando il gradimento nei miei studenti, ho pensato perché magari non potrebbe essere un appiglio per andare incontro a nuovi gusti dei lettori… Il novecento è un secolo che nasconde come uno scrigno dei grandi gioielli letterari e poetici, che non rientrano però nella routine e nelle classifiche di lettura, ma che ritengo sia un grande peccato non poterli rivalutare.
2) Hai già lavorato, per la Collana Raichinas di Catartica Edizioni, su autori come Emilio Salgari e Grazia Deledda. Che cosa accomuna, dal punto di vista del lavoro di curatore, queste esperienze e che cosa, invece, rende particolare il lavoro su Emanuel Carnevali?
Le esperienze come curatore sono sempre estremamente emozionanti. Curare vuol dire prendere materiali che non sono propri e cercare di dar loro la massima valorizzazione nel rispetto sacro dei testi originari. Semmai è un passaggio fondamentale quello di cercare di aiutare i lettori in un processo di contestualizzazione storica, geografica e sociale. I tre lavori sono accomunati principalmente dal fatto di essere appartenenti allo stesso periodo storico, il novecento appunto; poi si tratta di opere non valorizzate o non conosciute come invece andrebbe fatto. Personalmente ho un metodo e lo mantengo sempre per ciascun libro al quale mi dedico, perché ho notato che è una formula vincente e quindi non mi va di toccarlo. La differenza semmai sta nel contenuto dei libri; mi spiego meglio: Emilio Salgari scrive un romanzo storico del quale ho cercato di ricostruire gli elementi di realtà, legati al mondo della pirateria letteraria, dal quale provengo come saggista; di Grazia Deledda ho recuperato tutti gli scritti brevi che vennero pubblicati su una rivista letteraria attiva nella mia terra, La Riviera Ligure, e quindi l’operazione è prevalentemente quella del restyling letterario e poetico, con la volontà di antologizzare materiali diffusi e pressoché scomparsi, anche in vista del centenario della consegna del premio Nobel all’autrice sarda. L’opera di Carnevali, oltre a essere un vero e proprio gioiello di scrittura, offre interessanti spunti di riflessione sul tema, molto attuale e delicato, delle migrazioni. Pertanto funge anche da pretesto per affrontare tematiche di grande attualità. Catartica è una casa editrice particolarmente sensibile a questo tipo di operazioni, eccellente nell’offrire qualità sia nei contenuti che nella veste grafica, ma che soprattutto osa esplorare i territori della novità, nel non banale, e le tre opere citate rientrano appieno in questa filosofia, che poi è la mia.
3) Perché hai scelto di riportare oggi all’attenzione dei lettori proprio Carnevali e Il Primo Dio, un’opera fortemente autobiografica? Che cosa può ancora dire questo libro al lettore contemporaneo?
Emanuel Carnevali abbandona l’Italia dopo un’infanzia e un’adolescenza estremamente tumultuose e burrascose quando è un ragazzo, sceglie di inseguire forse più per incoscienza che per consapevolezza il sogno americano e finisce con lo scontrarsi con una realtà durissima, condizionata pesantemente da precarie condizioni neurologiche. Tuttavia, a salvarlo è l’attività poetica, segno che l’arte e il bello, come da dostoevskijano insegnamento, possono avere una funzione salvifica. Carnevali, quando inizia la sua avventura, ha l’età dei miei studenti e questo me lo rende particolarmente simpatico. Probabilmente a sedici anni anche io sarei scappato via lontano… Un’autobiografia, poi, è sempre il più genuino e diretto degli stili, si tratta di un genere che riesce a coinvolgere il lettore proprio perché viene privato dei filtri e delle barriere emotive e fa ancora più colpo se l’età del protagonista è bassa e la sua vita più romanzata di qualsiasi racconto immaginario. Al lettore contemporaneo Emanuel può insegnare alcuni valori e dare degli input su come impostare un discorso educativo volto al dialogo, all’empatia e alla tolleranza, valori di cui abbiamo tremendamente bisogno.
4) Carnevali è stato definito un talento poco riconosciuto della letteratura italiana del Novecento. Perché, secondo te, la sua figura e la sua opera non hanno avuto la fortuna che meritavano? E perché vale la pena riscoprirlo oggi?
Emanuel Carnevali come autore, da tradizione maledettista, viene scoperto in Italia solo posteriori, grazie all’opera della sorella Maria Pia e alla volontà di un grande editore italiano che ne ha voluto proporre per primo, diversi decenni fa, il suo talento, peraltro già invece riconosciuto nella poesia negli Stati Uniti d’America. Non ha avuto la fama che meritava perché considerato matto a causa dei suoi problemi di encefalite letargica. E quello della follia è un tema che accomuna da sempre un talento e la sua maledetta sfortuna. Pensiamo ai tormenti di Dino Campana, o a quelli di un altro colto, sfortunato, enorme narratore, quello che molto personalmente ritengo il più grande scrittore del ’900, Guido Morselli. O ancora pensiamo alla pittura naif di Ligabue: se una grande capacità è legata a uno stato riconosciuto di follia (e all’epoca follia era tutto, dai problemi neurologici, ai disturbi dello spettro autistico, ai problemi di sociopatia, depressione, ansia, eccetera) difficilmente l’autore godrà della giusta considerazione. Poi, a posteriori, passiamo ai processi di pontificazione…
5) Nel tuo saggio introduttivo, “Morire per un tozzo di pane”, ricostruisci il viaggio americano di Carnevali inserendolo nel contesto storico e letterario dell’epoca. La sua vicenda porta anche a confrontarsi con il tema dell’emigrazione contemporanea: quali analogie vedi tra l’esperienza degli italiani che emigravano negli Stati Uniti all’inizio del Novecento e i flussi migratori di oggi?
Questa è una domanda capziosa… scherzo. Io sono convinto, da insegnante anche di storia, che il fattore migratorio sia connaturato con l’essenza stessa dell’uomo; già l’uomo preistorico ebbe movimenti dettati da stati di necessità. Il nomadismo rappresenta uno strumento attraverso il quale cercare di ovviare a una situazione di pericolo piuttosto che di urgenza. Personalmente non mi piace mai quando i fenomeni vengono banalizzati, strumentalizzati, spesso mistificati. Ai miei studenti cerco sempre di spiegare che solamente l’approfondimento, la cultura, l’equilibrio nell’approccio di un argomento, la liberazione da spinte ideologiche, sono i passaggi per affrontare un argomento con la giusta correttezza e il dovuto rispetto. Come scrivo nella parte conclusiva del mio saggio introduttivo, ho avuto modo come professionista e come cittadino di vivere direttamente il fenomeno delle migrazioni più recenti; sia quando lavoravo da neolaureato nei campi profughi sia perché sono nato, ho vissuto, lavoro in frontiera e vedo direttamente quelle che sono le urgenze legate alle migrazioni. Pertanto, per evitare derive dietrologiche e demagogiche, ho cercato di mantenere quell’equilibrio che chiedo sempre, con spirito critico e imparzialità, ai miei ragazzi. E, quindi, di conseguenza, anche ai lettori.
Il Primo Dio – Emanuel Carnevali, Catartica Edizioni, 2026, Novecento, introduzione di Davide Barella.
(Redazione)






