Macomer e la Mostra del Libro: una fiera deve far lavorare gli editori

Alla vigilia della XXIV edizione della Mostra regionale del Libro in Sardegna, in programma a Macomer dal 5 all’8 novembre, si riaccende una polemica ricorrente che rischia ormai di annoiare i non addetti ai lavori: quella tra un’associazione di editori, che rappresenta una parte dell’editoria sarda, e la Mostra del Libro di Macomer, alla quale l’Associazione Editori Sardi non partecipa da alcuni anni.

La polemica, in sintesi, riguarda divergenze, sovrapposizioni e una presunta subalternità degli editori nella gestione delle edizioni passate. Situazioni che possono verificarsi quando sono coinvolti più soggetti, con competenze e ruoli diversi. Ma, prima di entrare nel merito, occorre ricordare che Macomer ospita un appuntamento importante per il territorio: una manifestazione annuale che rappresenta un presidio culturale per una zona dell’interno, periferica rispetto ai grandi circuiti, ma che negli anni ha conquistato un ruolo di riferimento, divenendo un punto di riferimento concreto per l’offerta culturale dell’intera Sardegna. Per questo la Mostra merita attenzione e sostegno.

La manifestazione si è trasformata di edizione in edizione, cercando di rispondere meglio all’interesse dei cittadini, dei visitatori e dei lettori, ma anche del vero protagonista della Mostra: il libro, con i suoi autori e i suoi editori. Alcune attività collaterali e alcuni eventi hanno assunto caratteristiche più vicine a quelle di un festival. Non è di per sé un problema: il vero nodo è capire perché la concertazione con una parte del mondo dell’editoria sia venuta meno e con quali conseguenze per la filiera.

Intanto bisogna capire se la manifestazione restituisca agli editori ciò per cui esiste, cioè visibilità, pubblico, vendita e possibilità concrete di lavorare. Per una casa editrice indipendente, la possibilità di vendere i propri libri in uno stand autonomo, autogestito e ben riconoscibile è un elemento essenziale del proprio lavoro. Lo spazio individuale consente di presentare il catalogo, ospitare gli autori, vendere direttamente e costruire un rapporto con lettori, scuole, biblioteche e altri operatori del settore, che può proseguire anche oltre la fiera. È il modello normale delle fiere e delle mostre del libro in Italia e in Europa. Non si tratta di un dettaglio estetico: è la condizione perché una presenza fieristica produca un ritorno reale.

A Macomer, come nelle ultime edizioni, le case editrici possono lavorare proprio in questa direzione: con uno stand proprio, vendita diretta e presentazioni concordate con il Centro Servizi Culturali. Certo, si può sempre migliorare sul piano organizzativo, ma non si tratta di una programmazione imposta dall’alto. È un modello che restituisce alla Mostra una funzione più utile e vicina alle esigenze del lavoro editoriale.

L’esperienza di chi scrive è cambiata molto nel tempo. Nelle fiere alle quali ho partecipato, la vendita centralizzata non offriva grande visibilità e riduceva, a prescindere dai finanziamenti regionali ricevuti, anche le possibilità di guadagno. In passato, inoltre, non sono mancati squilibri nell’organizzazione dei palinsesti e persino nell’esposizione dei libri, con una visibilità spesso garantita ad alcuni editori storici e minore attenzione riservata alle case editrici più recenti. Logiche non sempre comprensibili, che non rispecchiano quell’orizzontalità dichiarata e quella rappresentanza della filiera che dovrebbero essere garantite. Non è una questione di dichiarazioni, ma di metodo: la possibilità di proporre autori, concordare presentazioni e organizzare la propria presenza.

La critica dell’AES riguarda la mancanza di concertazione. Tuttavia, dal punto di vista di chi partecipa con il proprio stand, le recenti edizioni hanno offerto maggiori possibilità di confronto concreto rispetto ad alcune edizioni precedenti, nelle quali l’AES era presente e gestiva lo spazio dedicato agli editori. C’è da chiedersi se, a monte di certe assenze, non si nasconda più la difficoltà di intercettare determinate risorse che non una questione organizzativa e programmatica.
Se queste risorse servono a mantenere un finanziamento assistenzialista, rendendo la Mostra uno strumento di facciata, allora il problema è serio. Se invece servono a far lavorare gli editori, a sostenerne le vendite e a costruire un mercato, la questione cambia completamente. È proprio partendo dall’interesse degli editori a contribuire alla riuscita della manifestazione che occorre ripensare l’idea stessa del finanziamento regionale a questo tipo di eventi: non come un sussidio generico, ma come un investimento sulla filiera, sulla vendita, sulla presenza degli editori e sul rapporto con i lettori e i visitatori. Un investimento che sostenga la Mostra come presidio culturale e, al tempo stesso, come strumento di lavoro per chi vi partecipa.

Se la polemica riguarda la subalternità degli editori rispetto alla programmazione, la risposta più efficace non può essere l’assenza. Un editore che resta fuori da una fiera regionale non ottiene maggiore autonomia: perde un canale di contatto con il pubblico e con il mercato. L’autoesclusione di una parte dell’editoria danneggia soprattutto coloro che non partecipano.

Per l’editoria indipendente sarda, la strada più solida non è difendere posizioni astratte, ma presidiare gli spazi in cui è possibile esporre, vendere, incontrare il pubblico, fare rete e crescere. Macomer, anche quest’anno, offre questa possibilità. E, alla fine, è su questo che la Mostra dovrà essere giudicata.

(Giovanni Fara – Catartica Edizioni)

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