
Raccontare la fine del mondo senza fermarsi alla fine del mondo. È questa, in fondo, una delle sfide di Apocalittica 3, il progetto che invita gli autori a confrontarsi con la narrativa post-apocalittica andando oltre la spettacolarità della catastrofe.
Ne parliamo con Giuseppe Brundu, alias Henry Bemis, editor di Catartica Edizioni, che ci racconta cosa significhi scegliere di sposare un’iniziativa di questo tipo e quali siano le difficoltà del concorso.
Questa è la seconda intervista dedicata ad Apocalittica 3, dopo quella all’editore Giovanni Fara [link] e prima di quella all’autore Giovanni Idili.
Questa è la prima delle tre interviste ai giurati di Apocalittica 3: dopo Giovanni Fara, sarà la volta di Giuseppe Brundu e Giovanni Idili.
1) Come editor, cosa significa per te “sposare” un progetto come Apocalittica 3?
Come editor ma prima ancora come lettore sono ben felice di dedicarmi a racconti che esulano dalla solita narrativa cosiddetta “bianca”. O “borghese”, per chiamarla in altri termini. Non perché valga di più, intendiamoci, ma perché si dà ancora poco spazio alle storie che non fanno parte del reale, mentre spesso e volentieri è proprio la letteratura del fantastico a rendere visibile ciò che nel realismo rischierebbe di diventare invisibile. Basti pensare a Cronache del dopobomba di Philip K. Dick o Cecità di José Saramago.
2) Il bando dice che la catastrofe può anche restare sullo sfondo. Quanto è difficile, secondo la tua esperienza, raccontare un mondo che sta crollando senza che il racconto finisca per assomigliare a un articolo di cronaca giornalistica?
Non è del tutto facile ma neanche impossibile. Molto dipende anche dal tipo di letture che uno scrittore ha affrontato nella sua vita. È tutta una questione di riuscire a far dialogare degli eventi con le emozioni dei personaggi che si vanno a costruire. La catastrofe può anche restare sullo sfondo, certo, ma perché a noi interessa come il singolo personaggio e la società intera potrebbero reagire a quell’evento. Che si tratti di una pandemia o di un’invasione zombie, ciò che ci interessa è la conseguenza. Quindi, in sostanza, credo sia ancora più facile, visto che altrimenti sarebbero richieste conoscenze mediche o biologiche. Come in tantissime storie, contano le emozioni che si creano, che vanno dai personaggi ai lettori. È l’unico modo per non scrivere dei verbali.
3) Il limite è piuttosto preciso: da 12.000 a 20.000 battute, spazi inclusi. Che tipo di lavoro di scrittura richiede raccontare una situazione complessa dentro questo spazio?
Trattandosi di un racconto, data la brevità, la cosa più importante da tenere a mente è la coerenza narrativa. Sembra scontato ma in realtà un racconto è composto di pochi elementi e, se ci fosse anche un solo concetto che non funziona, il racconto stesso non funziona più. In un romanzo un errore ci può stare, alla fine sono duecento o trecento pagine. Ma in un racconto così breve no. Tutti gli elementi devono stare al loro posto.
E non dimentichiamo una delle caratteristiche più importanti della scrittura, se non quella che ne racchiude il concetto stesso. E cioè il labor limae. A maggior ragione in un racconto breve.
4) Il bando parla anche di “anti-spettacolarità”. Come si può costruire tensione senza ricorrere necessariamente a scene hollywoodiane?
È presto detto. La tensione non è solo una componente fisica o materiale, diciamo così. Nel senso che non deve per forza esserci un conflitto a fuoco o una lotta. La tensione è soprattutto un ostacolo che si frappone fra un personaggio e il suo obiettivo. Parlando nel merito del contesto post-apocalittico del bando, magari un personaggio deve procurarsi delle medicine per suo figlio e la macchina non mette in moto. Oppure qualcuno soffre di claustrofobia ma deve prendere un ascensore. E lì ovviamente il conflitto non è l’ascensore ma la paura degli spazi stretti. In questo modo si crea tensione senza ricorrere a scene d’azione da blockbuster col solito Steven Seagal che salva il mondo dai terroristi.
5) Se un racconto parte da un’idea molto originale ma presenta problemi di struttura o di scrittura, quanto può pesare l’idea nella valutazione complessiva?
Nel complesso l’idea può avere un grosso valore. Ma attenzione: se è scritto malissimo (che comunque è davvero raro che capiti) sarei molto combattuto. Nel senso, va bene che una frase non torni o che ci sia un dialogo fuori posto ma se l’idea è buttata giù davvero male allora il problema si trova nella testa dello scrittore e non più sulla carta. In quel caso consiglio vivamente di rivalutare l’idea, di fare una scaletta (che aiuta sempre, anche nei racconti brevi) e poi rimettersi a lavoro con la mente più chiara.
In generale, un’idea originale è comunque un ottimo punto di partenza. Posso dare una valutazione all’idea ma se la storia è illeggibile allora l’idea non vale più. Poi, ovviamente, tra il pensiero e la messa in atto c’è un abisso.
Quindi nella valutazione complessiva può avere un peso ma, a seconda di come viene messa in pratica, potrebbe non essere sufficiente la sola idea.
Il bando e la scheda di partecipazione sono disponibili sul sito di Catartica Edizioni: Bando completo di “Apocalittica 3” . Per informazioni è possibile scrivere a info@catarticaedizioni.com.
(Redazione)






