
Qualche riflessione subito dopo la Fiera del Libro di Sassari, affrontando sia ciò che ha funzionato sia le criticità, con l’obiettivo di tracciare un bilancio onesto e allo stesso tempo auspicare miglioramenti per ciò che ha mostrato limiti, pensando a un futuro più solido per l’intera manifestazione. Questa seconda edizione è stata accompagnata da alcuni strappi e dalle immancabili polemiche, come spesso accade quando si parla di programmazione e soprattutto di finanziamenti pubblici, grazie ai quali l’evento è stato possibile. A differenza della prima edizione, la gestione non è stata affidata all’Associazione Editori Sardi, ma all’associazione Editori Sardi Indipendenti, che ha curato il programma delle tre giornate insieme all’associazione Il Colombre – responsabile dei laboratori con le scuole della città – e alla libreria Ubik Koinè, che si è occupata della comunicazione. Questo cambio di assetto ha inevitabilmente generato rallentamenti nel lancio dell’evento, che non può essere avviato a soli quattro giorni dall’inizio. Un ritardo che ha penalizzato in modo evidente la visibilità della fiera, nonostante siano stati utilizzati tutti i canali possibili per darle risalto. Per il futuro, se si vorrà proseguire con questa iniziativa, sarà indispensabile programmare con tempi adeguati e non arrivare all’ultimo minuto.
Ma non basta: è urgente aprire fin da subito un confronto strutturato tra editori e istituzioni sulle fiere e sulla loro programmazione. Il panorama editoriale sardo è vivace, eterogeneo, articolato in due associazioni e da editori che operano in modo indipendente alle stesse. Serve un confronto reale su come organizzare le fiere, su come promuovere seriamente la lettura nell’isola e come sostenere un’editoria che rappresenta un patrimonio culturale legato al territorio, ricco di opere che spesso si distinguono rispetto ai prodotti dell’industria editoriale di massa. Un punto è fondamentale: le fiere devono rendere protagonisti gli editori. Protagonismo significa presenza, incontro diretto con i lettori, dialogo e vendita dei libri. Questo è – o dovrebbe essere – lo scopo delle fiere. Un secondo punto è altrettanto chiaro: queste manifestazioni sono finanziate con denaro pubblico, e bisogna evitare che si trasformino in forme di assistenzialismo mascherato da incentivo culturale. Il contributo pubblico è sacrosanto se serve a mostrare i libri e raggiungere i lettori; altrimenti alimenta meccanismi di rendita per soggetti privati. E non va bene.
Serve maggiore protagonismo degli editori anche nella programmazione degli eventi: decidere insieme quali libri presentare, soprattutto quando c’è un tema forte che orienta la manifestazione – come nella fiera di Macomer – oppure quando si sceglie un target preciso, adulto o per bambini, come è accaduto sia a Macomer sia a Sassari nelle ultime edizioni. A Sassari va riconosciuto un lavoro interessante: i laboratori sono stati realizzati all’interno della fiera, concentrando tutto nello stesso spazio. Per il futuro sarebbe utile collegarli maggiormente ai libri. Il bilancio su questo punto è comunque positivo. Molto apprezzato anche il fuori programma curato dal Colombre, con il confronto con gli iscritti all’Università della Terza Età: un dialogo concreto tra editori e pubblico adulto, utile a mettere in luce la distanza tra grande editoria e “piccola” editoria indipendente. Un esperimento che meriterebbe di essere messo al centro della fiera nelle prossime edizioni.
Va migliorata anche la distribuzione degli eventi durante le giornate, evitando tempi morti e sfruttando al massimo le ore a disposizione. Cinque incontri al giorno – due la mattina e tre il pomeriggio – sono plausibili senza sacrificare la qualità. La location del Padiglione Tavolara è ampia e potrebbe essere sfruttata molto meglio, valorizzando davvero gli editori presenti e quelli rappresentati dalle associazioni. Serve un confronto serio soprattutto per rispondere alle esigenze di chi partecipa con il proprio marchio e una postazione dedicata: così funzionano le migliori fiere ovunque.
C’è poi il tema del sovraffollamento del calendario. Quest’anno sono state organizzate quattro fiere: Nuoro, Macomer, Sassari e Cagliari, troppo ravvicinate e spesso simili tra loro, con il rischio di sovrapporsi e farsi concorrenza. Le fiere hanno senso se arricchiscono il territorio, non se diventano appuntamenti deboli e poco frequentati. E bisogna tutelare con ancora più attenzione i presidi culturali delle zone interne, dove fare cultura ha un valore doppio, perché contrasta lo spopolamento e l’impoverimento culturale del territorio. Non significa rinunciare agli eventi nelle grandi città, ma differenziarli e distanziarli. Ogni polo urbano può avere la propria fiera con specificità riconoscibili, mantenendo però un denominatore comune: il libro, il lettore, la crescita della filiera. Da Sassari è arrivato un segnale importante: crescere insieme nel rapporto tra editori e librerie, tra editori e istituzioni, tra editori e associazioni. È questo il terreno su cui costruire una programmazione condivisa e fare davvero cultura di qualità nell’interesse della collettività e dei lettori. Si è accennato anche a una programmazione triennale: ben venga.
E si è parlato della gestione dei fondi pubblici a sostegno dell’editoria sarda, un tema che va molto oltre la programmazione dell’evento sassarese. Se l’obiettivo è davvero sostenere la filiera, allora tutti gli editori – associati o meno – devono essere coinvolti in una tavola rotonda per discutere la programmazione. Diversamente, si rischia di parlare d’altro e di vedere alcuni editori esclusi da eventi finanziati proprio come sostegno all’editoria sarda. Lo scopo di quei finanziamenti è chiaro: sostenere l’editoria sarda e il libro sardo. Sostenere la cultura, in questo senso, significa creare occasioni reali di incontro con i lettori. Altrimenti non è sostegno alla cultura né all’editoria. E un punto dovrebbe essere ovvio: Regione, Comuni e pubbliche amministrazioni devono sostenere gli editori che partecipano alle fiere dentro e fuori dall’isola con un proprio stand, e garantire rimborsi a autori e relatori. Presentare un libro è un lavoro che richiede tempo, competenza, impegno e spese. I fondi ci sono e vanno utilizzati per questo, se davvero al centro ci sono i libri, chi li scrive e chi li pubblica.
Due parole infine sulla comunicazione. Fa impressione che nella seconda città della Sardegna, dove esiste il secondo quotidiano dell’isola, la copertura della fiera sia stata poco più di due trafiletti. Non è un dettaglio: l’informazione dovrebbe sostenere ciò che ha valore culturale, non solo ciò che genera incassi. Siamo arrivati al paradosso di vedere persino notizie frammentate, tagliate, segno di un impoverimento e di un degrado allarmante del livello dell’informazione, un fenomeno sempre più preoccupante.
Il bilancio complessivo è comunque positivo se lo si guarda nella prospettiva del “fare sistema”. Ora però è il momento di trasformare le parole in un percorso comune. La sfida è sul tavolo: o costruiamo insieme la programmazione del 2026, o continueremo a sprecare energie inseguendo il denaro invece dei lettori.
(Giovanni Fara)






