Valditara e la scorciatoia securitaria

Si discute in questi giorni del fatto gravissimo avvenuto il 15 gennaio 2026 a La Spezia, all’interno dell’istituto professionale Einaudi-Chiodo. Durante una lite scoppiata in classe, uno studente di diciannove anni, Youssef Abanoub, di origini egiziane, è stato colpito mortalmente al torace con un coltello da cucina portato da casa da un coetaneo. Un solo fendente, fatale. L’aggressore, Zouhair Atif, studente della stessa età e di origine marocchina, è stato arrestato sul posto con l’accusa di omicidio. Secondo le ricostruzioni investigative, il movente sarebbe legato a una questione sentimentale.

Un episodio di una gravità estrema, che ha scosso non solo la scuola e la comunità cittadina, ma che ha immediatamente acceso un dibattito pubblico sulla sicurezza. Un dibattito nel quale è intervenuta anche la politica, che però ha rapidamente ceduto il passo alla più becera forma di strumentalizzazione ideologica, rilanciando un tema caro al populismo più rozzo e securitario: quello della sicurezza come controllo, incapace di affrontare i problemi alla radice e utile solo a costruire una società fondata sulla paura.

È in questo clima che si inserisce l’intervento del ministro dell’istruzione Giuseppe Valditara, che non ha perso tempo nel proporre l’introduzione dei metal detector negli istituti scolastici, almeno in quelli definiti “più a rischio”.

Una risposta muscolare che punta alla pancia dell’opinione pubblica e che, ancora una volta, confonde la necessità di affrontare un problema reale con l’illusione di risolverlo attraverso il controllo, evitando accuratamente di interrogarsi sulle cause. La scuola è – o dovrebbe essere – uno spazio educativo fondato sulla relazione sociale tra insegnanti e studenti. Inserire metal detector significa invece introdurre una logica di controllo permanente, trattare studenti e studentesse come potenziali pericoli, spostare l’asse dal lavoro di accrescimento culturale a quello della sorveglianza.

Il messaggio che passa è chiaro: il problema sono i ragazzi, sono le scuole “a rischio”. E già questo dovrebbe far discutere. Come si definiscono, infatti, gli istituti più a rischio? Sono quelli che sorgono nei quartieri periferici e marginalizzati, nelle aree più povere delle grandi città o nelle province progressivamente spogliate di riferimenti culturali e servizi sociali, dove costruire una prospettiva di futuro è sempre più difficile e dove l’abbandono scolastico è più alto?

Il disagio viene così scaricato sulle spalle di chi lo subisce, secondo una visione della società classista, in cui non si affrontano la solitudine e la fragilità adolescenziale, prodotte da una società che non vuole interrogarsi su sé stessa e che continua a trattare i giovani come immaturi e irresponsabili. Gli stessi giovani che, quando lo scorso anno hanno osato mettere in discussione l’esame di Stato e una scuola non funzionale e non adatta alle loro esigenze, sono stati insultati, derisi e minacciati da insegnanti, adulti e da una classe politica che oggi invoca i metal detector. È una criminalizzazione preventiva che scarica su studenti e docenti il peso di un fallimento più ampio, sociale e politico.

Se davvero si vuole evitare che tragedie come quella di La Spezia si ripetano, servono politiche strutturali. Servono investimenti e un ascolto reale dei bisogni degli studenti. Tutto il resto è retorica e strumentalizzazione politica della paura.

Nella scuola così come viene concepita dal ministro dell’istruzione e da una classe politica miserevole, gli studenti rischiano invece di essere trattati come soggetti da allevamento intensivo, a cui inculcare nozioni e comportamenti standardizzati, più che come persone a cui offrire una reale formazione culturale e umana.

Per questo è necessario che il dibattito diventi pubblico e venga sottratto alla strumentalizzazione di una politica che lavora a passo spedito verso una società sempre più militarizzata.

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