
Cinquecento copie, una veste editoriale sobria, nessun nome in copertina. Così arriva nelle librerie Frankenstein, o il moderno Prometeo (in inglese originale: Frankenstein; or, The Modern Prometheus), pubblicato anonimo il 1 gennaio 1818. L’autrice è Mary Shelley, ha appena ventun anni e ha iniziato a scriverlo quando ne aveva diciannove. Nessuno lo sa ancora.
Le prime reazioni non sono gentili: il romanzo viene accusato di non offrire alcuna lezione morale e di scuotere i sentimenti senza stimolare davvero il pensiero. Fa eccezione Walter Scott, che riconosce all’autore – rigorosamente al maschile, secondo l’epoca – una notevole padronanza della lingua e dello stile. L’unico indizio sull’identità di chi ha scritto il libro è la dedica a William Godwin, che porta molti a pensare a Percy Bysshe Shelley, il suo celebre allievo.
Eppure Frankenstein non è affatto un manifesto dei principi razionalisti godwiniani. È piuttosto una riflessione morale, e forse politica, su ciò che può essere davvero definito “ragionevole”, soprattutto nel cuore del romanzo, quando la Creatura prende la parola e racconta la propria storia. Un sottotesto evidente, che molti critici scelgono di ignorare, liquidando il libro come una storia gotica, cupa e sensazionale.
Il pubblico, però, non ha dubbi: Frankenstein diventa subito un best seller. E quando, nella seconda edizione, si scopre che l’autore è una donna – giovanissima – la critica resta spiazzata. Qualcuno scrive: «Per un uomo era eccellente, ma per una donna è straordinario». Senza accorgersi che la vera rivoluzione era già tutta lì, tra quelle pagine.
(Salvatore Palita)






