
Il 23 ottobre 1920 nasceva a Omegna (VB) Gianni Rodari, figura centrale della letteratura italiana per l’infanzia, giornalista e pedagogista la cui opera continua a riverberare nel nostro presente.
Rodari, figlio di un fornaio e di una sarta, svolse inizialmente il mestiere di maestro elementare dopo aver conseguito il diploma magistrale. Nella fase immediatamente successiva alla Seconda guerra mondiale entrò nel mondo del giornalismo collaborando con testate come L’Unità e poi dirigendo il settimanale per ragazzi Il Pioniere, contribuendo così a delineare un nuovo rapporto fra comunicazione, educazione e infanzia.
La sua cifra stilistica e teorica si consolidò nel corso degli anni Sessanta e Settanta, soprattutto con opere come Favole al telefono (1962) e il saggio pedagogico Grammatica della fantasia (1973): quest’ultimo è tuttora considerato un punto di riferimento per l’arte di inventare storie, per insegnanti, genitori e operatori culturali. Nel 1970 Rodari ricevette il prestigioso Premio Hans Christian Andersen – definito il “Nobel” della letteratura per l’infanzia – diventando l’unico italiano ad aggiudicarselo fino ad oggi.
Quel che rende l’opera di Rodari davvero contemporanea è la sua visione: la fantasia non come mero svago, ma come strumento educativo, civico, politico. Nel suo pensiero l’errore non è esclusivamente assenza di correttezza, ma “laboratorio” di senso; la barriera certificata fra adulti e bambini viene sovente messa in discussione, e la parola si libera dal ruolo di semplice veicolo passivo per diventare sperimentazione di mondi possibili.
Pur avendo vissuto soltanto fino al 14 aprile 1980, Rodari lascia un’eredità che va oltre i libri per ragazzi: ha contribuito a rinnovare il rapporto fra scuola, editoria e società, a ridurre la distanza fra “letteratura seria” e “letteratura per l’infanzia”, a creare un linguaggio capace di essere accessibile senza essere paternalistico.
Nel ricordare oggi – a oltre cento anni dalla sua nascita – Gianni Rodari, possiamo rivisitare la sua produzione non come patrimonio nostalgico, ma come stimolo permanente: per interrogare i limiti fra realtà e immaginazione, per riflettere sul ruolo della creatività nella formazione e nella democrazia, e per riconoscere che, come egli stesso insinua, ogni storia può essere un’esperienza di libertà.
(Salvatore Palita)






