Capita spesso che in redazione arrivino manoscritti (o sarebbe meglio chiamarli “dattiloscritti”) generati dall’intelligenza artificiale. Intendo romanzi di duecento cartelle interamente generati da un algoritmo. A quel punto scrivitelo da solo e basta. È capitato molto spesso con i racconti inviati per partecipare ai concorsi. In genere si richiede un numero massimo di battute, per esempio ventimila, e quei racconti avevano diciannove o diciottomila battute esatte. Ora, quante volte può capitare ad uno scrittore di avere un numero così preciso di battute? Altri, in modo più spudorato, inviano il loro racconto di ventimila battute esatte.
Proprio per questo, volevo avvisare chi leggerà questo articolo che nelle redazioni ci si accorge senza sforzo quando un testo è generato da un’intelligenza artificiale. E non per il numero di battute spazi inclusi ma per altre caratteristiche riscontrabili in un testo di quel tipo.
Di seguito i segnali per scovare un dattiloscritto generato dall’IA:
Molta ripetitività, poca coerenza. Un software ha la tendenza a ripetere frasi e concetti in maniera eccessiva ed esasperata, con un’ossessione per la coerenza che sembra quantomeno grottesca. Un essere umano che scrive di una donna dai capelli biondi non ha bisogno di specificare il colore dei capelli ogni volta che la donna entra in scena. Questo perché l’algoritmo è programmato per mantenere una struttura coerente ma senza sapere il significato, il concetto, di ciò che sta dicendo. Invece uno scrittore utilizza variazioni, sinonimi e ritmo per mantenere l’attenzione del lettore. O almeno si spera che lo faccia.
Contesto impreciso. Un testo generato dall’IA in alcuni casi può avere poco senso compiuto e un contesto fumoso. Questo perché gli algoritmi non hanno comprensione del mondo reale e si limitano ai pochi concetti riscontrabili in maniera fredda online. Ma mancano di tutte quelle costruzioni e sensazioni che rendono viva una scena. Il fuoco brucia, la mamma è bella, la casa è grande e via dicendo e si ferma lì. Ci vuole uno scrittore per descrivere una mamma bella facendo capire al lettore che lo è senza dirlo apertamente (il famoso “show, don’t tell”). Senza contare che in tutti i testi che ho giudicato scritti da un’IA il concetto viene ripetuto semplicemente riformulando la frase e ciò non rende la narrazione più precisa ma solo noiosa. Oltretutto in poche pagine, del tipo “La casa è bella” diventa “La mia casa è davvero bella”, “La mia casa è molto accogliente”, “La mia casa ha un suo fascino”, “Trovo che la mia casa sia splendida”, “La mia casa è un posto piacevole”. Ok, basta, abbiamo capito.
Stile di scrittura assente. I testi generati dall’IA mancano del calore e delle sfumature proprie della scrittura e dell’umano. Questo perché l’IA non ha la creatività del cervello che è una macchina ancora più complessa ma tende a generare per razionalità. Mentre la creatività e le idee spesso possono essere del tutto irrazionali. Un’IA non potrebbe esprimere un concetto così complesso e profondo come: “E quando aveva detto una cosa finiva: ‘Se sbaglio, correggimi’. Fu così che cominciai a capire che non si parla solamente per parlare, per dire ‘ho fatto questo’, ‘ho fatto quello’, ‘ho mangiato e bevuto’, ma si parla per farsi un’idea, per capire come va questo mondo”. Questo è Cesare Pavese, La luna e i falò.
Assenza di errori grammaticali o refusi. Gli scrittori fanno errori. Tutti quanti, anche i migliori. È umano. Nei testi generati dall’IA non esistono errori o refusi perché l’algoritmo non deve digitare su una tastiera e non è alfabetizzato o meno. In tutte le prime stesure si trova un congiuntivo sbagliato o una M al posto della N o “vasa” al posto di “casa”. I refusi ci sono anche nei libri pubblicati da Einaudi o Mondadori, anche dopo essere stati letti da dieci persone.
Per concludere, un testo generato da un’IA ha determinate caratteristiche e vengono alla luce non da una singola frase ma dall’insieme. Nel senso che servono alcune pagine per rendersi conto se un testo è scritto da un essere umano oppure no.
Non intendo dire di non utilizzare l’intelligenza artificiale, che è uno strumento e non un oracolo. Può essere utilizzata per fare un brainstorming, per avere delle idee, per scoprire l’elenco dei portieri giapponesi nel calcio tedesco, allo stesso modo di come dialogate al bar o di quando state guidando verso il lavoro e dal nulla e senza pensarci vi viene in mente che il vostro personaggio può morire con un colpo di spada.
Ma non per scrivere un romanzo o un racconto. Così vi togliete tutto il bello della creazione. E ci fate anche delle brutte figure.
(Giuseppe Brundu)







paolo
Si vede anche per l’uso smodato dell’epanortosi sintattica, per le descrizioni uguali in tutti i manoscritti. Se ci fai caso, c’è sempre un capitolo che inizia dicendo: “La luce filtrava dalle tende e disegnava strani intrecci sul pavimento”. Oppure , se uno è agitato tamburella le mani sul bordo del tavolo. E poi c’è sempre l’effetto wow finale, ad esempio, “non era lui che scappava dalla casa, forse era la casa che scappava da lui”.
Il problema è che un lettore forte, un editor, uno del mestiere queste cose le nota subito. Chi legge un libro all’anno non le vede e plasma il proprio gusto su queste banalità