Da “La Teoria della mela” a “Il cerchio imperfetto”: Michela Magliona e i suoi personaggi alla ricerca di un nuovo inizio

Ci siamo occupati più volte della Palestina e del rapporto tra media, cultura e spettacolo in relazione alla tragedia in corso. Non ci interessa la telecronaca minuto per minuto, quanto piuttosto fermarci a riflettere sul significato degli eventi e sul loro impatto sulla società.

Quello che è accaduto tra ieri e oggi con la missione della Global Sumud Flotilla ha già scritto una pagina che non potrà essere cancellata. Non è solo cronaca o un fatto politico: è molto di più. È la società civile che non tace davanti a un genocidio trasmesso in diretta mondiale, mentre gli Stati non si assumono alcuna responsabilità e i governi fingono indignazione, proclamando il riconoscimento di uno Stato palestinese che sanno bene non nascerà mai finché Israele non lo consentirà – e che non lo consentirà fintanto che potrà contare su partner politici, militari e commerciali che lo legittimano.

Nel frattempo, ogni giorno a Gaza si contano decine e centinaia di morti tra i civili: uccisi nelle loro case, nelle tende, perfino in fila per il pane. Una popolazione allo stremo, affamata, senza casa, nella disperazione più totale. Eppure, laddove la politica dichiara impotenza, sono stati dei civili a sfidare un blocco navale, terrestre e aereo imposto illegalmente da Israele da 18 anni. Lo hanno fatto sfidando il silenzio complice e uno Stato che agisce indisturbato nell’illegalità e nella totale impunità.

Le imbarcazioni della flotilla sono state intercettate e i loro equipaggi arrestati. L’assalto della Marina israeliana è avvenuto in acque internazionali, a circa 75 miglia da Gaza, con l’uso di idranti e granate stordenti contro attivisti pacifici. In questo contesto suonano surreali, per non dire ridicole e imbarazzanti, le parole del ministro  Tajani, secondo cui il diritto internazionale “conta fino a un certo punto”. Dichiarazioni che indignano, perché qui non si tratta di un’opinione politica: si tratta delle basi stesse della convivenza pacifica tra i popoli, delle convenzioni che lo Stato italiano ha sottoscritto e si è impegnato a rispettare.

Ma la distopia moderna ci dice che, in nome del profitto e degli interessi politici, vale tutto, perfino la violazione delle norme più elementari del diritto umanitario internazionale. Ecco perché ciò che sta accadendo non è soltanto una vicenda politica: è un fatto storico e culturale che riguarda tutte e tutti. Portare aiuti umanitari a una popolazione stremata, voler forzare un blocco illegale, denunciare le complicità degli Stati che con Israele fanno affari: tutto questo riguarda la cultura, perché segna la differenza tra civiltà e barbarie.

E mentre la flotilla viene repressa con la forza, 45 imbarcazioni civili partite da Arsuz, in Turchia, si muovono verso Gaza: la dimostrazione che la mobilitazione civile non si ferma.

Fare cultura significa anche e soprattutto aprire riflessioni, discutere, schierarsi dalla parte della dignità.

Oggi siamo tutti membri dell’equipaggio della Global Sumud Flotilla.
Oggi siamo tutte e tutti Palestina.

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