Di conflitto e repressione: Andrea Pazienza lo aveva già detto

Su questo blog ci occupiamo di cultura. Non in senso strettamente politico, ma di attualità e delle contraddizioni che attraversano la società sì, e spesso. Temi come gli spazi sociali tornano più volte nei nostri articoli, perché parlano di conflitto, di partecipazione, di democrazia concreta.

Per questo ci ha fatto molta impressione il modo in cui il centro sociale Askatasuna di Torino è stato sgomberato. Non solo per lo sgombero in sé, ma per il racconto che ne è stato fatto attraverso i media ufficiali e per tutto ciò che, ancora una volta, è stato escluso dal racconto su quanto successo dopo.

Qui non vi vogliamo fare un resoconto degli scontri della manifestazione. Di cronache ce ne sono già abbastanza. Vogliamo invece concentrarci su come, in questi giorni, giornali e televisioni ma anche numerosi canali social insistano su un’unica immagine: un poliziotto accerchiato durante il corteo del 31 gennaio.

È un’immagine perfetta: isolata, violenta, ma decontestualizzata. Perfetta se lo scopo è trasformare lo Stato in vittima e il conflitto sociale in devianza, delinquenza, fino a spingerlo sul terreno del pericolo terroristico.

Tutto il resto sparisce. Soprattutto il contesto.

Askatasuna non nasce ieri. Lo stabile di corso Regina Margherita 47 è stato occupato nel 1996 ed è rimasto attivo per quasi trent’anni. Uno spazio in cui si sono svolte tante attività culturali e sociali: concerti, cineforum, laboratori, sportelli per il diritto alla casa, doposcuola, palestra popolare. Nel 2024 lo stesso Comune di Torino aveva firmato un patto di collaborazione per trasformarlo in bene collettivo, rinnovato nel 2025. Poi la rottura improvvisa: perquisizioni, revoca dell’accordo, sgombero il 18 dicembre 2025 con un maxi dispiegamento di forze dell’ordine.

Da quel momento il quartiere Vanchiglia è di fatto militarizzato: transenne, reparti mobili, controlli quotidiani. Questo è il contesto, ed è esattamente ciò che TV e media scelgono di non raccontare.

Il 31 gennaio in piazza c’erano oltre 50.000 persone, ma sulle prime pagine non finiscono i numeri né le ragioni della protesta, ma solo la “guerriglia urbana”, le immagini selezionate, i frame che servono a costruire una narrazione di comodo: ordine contro caos, lo Stato contro i nemici dello Stato, poliziotti buoni contro manifestanti violenti e cattivi.

Subito dopo, la visita-lampo di Giorgia Meloni all’ospedale: dieci minuti, fotografie “iconiche”, in posa. Il poliziotto ferito con collare indossato in modo scorretto, scarponi sul lettino, ferite raccontate come gravissime, tanto da parlare di tentato omicidio, e poi risolte in meno di ventiquattr’ore. I capelli rasati di fresco, in ordine, come se tra gli scontri e l’ospedale ci fosse stato il tempo, e il bisogno, di passare dal barbiere.

Un atteggiamento discutibile, utile alla propaganda politica, che dovrebbe farci chiedere come le stesse forze dell’ordine possano ritenere tutto questo normale.

C’è una vignetta di Andrea Pazienza che torna in mente guardando la copertura mediatica della strumentalizzazione della Meloni dopo gli scontri: un poliziotto con il ginocchio escoriato che pretende il referto medico, mentre tutto intorno c’è il disastro che lui stesso ha contribuito a produrre. Pazienza la disegnava negli anni Settanta, quando la repressione veniva raccontata come “legittima difesa contro la sommossa armata”, dipingendo gli agenti come vittime innocenti di “guerriglia rossa” e “terrorismo urbano” per imporre una repressione indiscriminata del dissenso.

La propaganda si nutre di rappresentazioni, di immagini costruite ad hoc e funzionali alla vittimizzazione di chi vuole trasformare la realtà e usarla a proprio favore. Ed è esattamente ciò che Andrea Pazienza prendeva di mira con la sua satira: chi esercita la forza diventa fragile, chi protesta diventa colpevole, e i benpensanti possono finalmente tirare un sospiro di sollievo, perché non sono più costretti a capire, a interrogarsi sulle cause che hanno portato in piazza i manifestanti, sulla richiesta di riappropriazione di uno spazio ormai murato, difeso da centinaia di agenti in assetto antisommossa, con il compito di impedirne la riappropriazione da parte di chi manifesta, a qualsiasi costo.

Capire, infatti, non interessa. Non interessa sapere da dove nasce la violenza, chi la prepara, chi la rende inevitabile. Non interessa interrogarsi sulla militarizzazione delle città, sulla limitazione sistematica del dissenso, sull’uso politico dell’ordine pubblico. Interessa solo la colpevolizzazione dei manifestanti, additati come violenti a prescindere, nemici dello Stato per definizione.

Questa narrazione serve soprattutto a legittimare ciò che verrà. I decreti sicurezza vanno tutti nella stessa direzione: restringere gli spazi di protesta, ampliare il controllo, spostare il confine tra lecito e illecito sempre più in là. Oggi si può essere fermati per ciò che si potrebbe fare, non per ciò che si è fatto, per quello che si pensa, per le proprie idee.

Ed è qui il punto che dovrebbe preoccuparci davvero. Perché continuando così, domani non sarà più possibile dire quello che stiamo dicendo ora, né scriverlo nel modo in cui lo stiamo scrivendo qui. In una parola: ci impediranno di parlare. E se questo non è già il superamento di una linea rossa, allora viene da chiedersi dove stia, quella linea rossa.

Suggerimenti di lettura

Vignette – di Andrea Pazienza,Coconino press, 2019
Silenzio – Autori Vari, Catartica Edizioni, 2025

Advertisement

Lascia un commento

Seguici
  • Facebook38.5K
  • X Network32.1K
  • Youtube19.9K
  • Instagram18.9K
Loading Next Post...
Seguici
Cerca
Popular Now
Loading

Signing-in 3 seconds...

Signing-up 3 seconds...

Carrello
Cart updating

ShopYour cart is currently is empty. You could visit our shop and start shopping.