Il futuro rubato: scuola, servizi e subalternità in Sardegna

Punto e a capo

Ci siamo già trovati a parlare di scuola sulle pagine di indielibri, l’ultima volta a partire dalla proposta del ministro Valditara di dotare gli istituti “più a rischio” di metal detector. Una proposta che, più che rassicurare, apre una domanda inevitabile: dove sono oggi le scuole “a rischio”?

La risposta è sottintesa: Sono nelle aree più povere, periferiche e più marginali. Nei territori interni svuotati di servizi, collegamenti e opportunità. Sono le scuole che insistono in contesti segnati da disuguaglianze sociali profonde, dove lo Stato spesso si manifesta solo in forma repressiva.

Chi pensava che quella del ministro fosse solo propaganda si è dovuto ricredere quando a La Spezia i controlli con metal detector e unità cinofile il 30 gennaio 2026, sono stati effettuati davvero all’ingresso dell’Istituto Einaudi-Chiodo coinvolgendo un campione di circa 100 studenti. Una dimostrazione di come si trasformerebbe la vita delle scuole se queste misure dovessero essere percepite come necessarie e accettabili dalla collettività. E sta qui il punto su cui riflettere. La politica non interviene sulle cause strutturali del disagio giovanile: mancano personale qualificato, infrastrutture, servizi sociali e punti di riferimento, soprattutto nei territori da cui lo Stato smobilita.

Proprio per questo vale la pena guardare alla Sardegna, dove la situazione è particolarmente critica e preoccupante. In questi mesi l’isola è interessata dal piano di dimensionamento delle autonomie scolastiche voluto dal ministero, con la debole reazione della RAS, che si limita a qualche brontolio. Nessuna contromisura, nessuna battaglia sulle competenze regionali in materia scolastica, che dovrebbe invece vedere la Regione in prima fila per garantire il rispetto delle esigenze locali, a partire dal riconoscimento della nostra identità storica e linguistica – da sempre calpestata dal sistema scolastico statale – fino alla protezione di aree che da anni vedono calare la popolazione e perdere presidi culturali. Questo scollamento con il contesto sociale si traduce nell’inadeguatezza strutturale dell’istruzione nell’isola.

Il nuovo piano del Ministero prevede il taglio di 9 autonomie scolastiche. La provincia più colpita è Nuoro, ma i tagli riguardano anche l’Ogliastra, la Gallura e il Sassarese. Sono le aree interne e più fragili ad essere maggiormente penalizzate da una logica che ignora i bisogni del territorio, aggravando ulteriormente una situazione già critica.

Il quadro generale è allarmante. In tre anni la Sardegna ha subito 38 accorpamenti. I dati sull’abbandono e la dispersione scolastica sono tra i più alti d’Italia: tra il 15 e il 17% dei giovani tra 18 e 24 anni lascia prematuramente gli studi, ben oltre la media statale. Questo avviene in un contesto demografico drammatico: la Sardegna perde abitanti da anni, la popolazione invecchia e solo il 10% ha meno di 14 anni. Meno giovani significa meno scuole, meno scuole significa meno servizi, meno servizi significa nuove partenze. Una spirale che alimenta la desertificazione culturale, economica e sociale.

Ed è qui che si inseriscono le politiche dello Stato, con piani che approfittano dello spopolamento e della scarsa reazione sociale, su più fronti: controllo sempre più massiccio del territorio, militarizzazione, speculazione e colonizzazione energetica inclusa.

E la politica sarda? Nel migliore dei casi protesta flebilmente e poi si adegua.

In Sardegna mancano collegamenti, infrastrutture, una rete ferroviaria adeguata. Siamo isolati verso l’esterno, ma sempre più isolati anche all’interno. I governi alla guida dell’isola, di qualsiasi colore, si sono resi responsabili e complici, privi di reale visione politica. Al massimo si sono limitati a piagnucolare o a richiedere risorse di sussistenza, rinunciando a governare davvero e riducendosi ad amministrare politiche sempre più pervasive di colonizzazione culturale ed economica.

E mentre lo Stato smantella i servizi e la scuola arretra, c’è un settore che non arretra mai: quello militare e repressivo. Più polizia, più caserme, più carceri. In questo quadro si inseriscono il piano di trasferimento in massa dei detenuti per mafia, l’insistenza sul territorio delle basi militari e l’ampliamento della fabbrica di armi di Domusnovas. La Sardegna diventa così spazio di contenimento e retrovia militare, risorsa energetica e Cayenna del Mediterraneo, una terra spogliata di diritti, trattata come se non fosse abitata.

È l’effetto di un’idea ormai consolidata: l’insularità come limite strutturale, che giustifica la richiesta di elemosine e il rafforzamento dei meccanismi di subalternità nei confronti dello Stato. Una politica appiattita su pochi slogan retorici e sull’idea della turistificazione come panacea di tutti i mali, mentre la Sardegna continua a svuotarsi, a militarizzarsi e a vedere avanzare le mafie di importazione, senza che venga mai affrontata in chiave strategica la sua posizione al centro del Mediterraneo e il ruolo che potrebbe avere nel proprio futuro.

Il problema va ben oltre la scuola e rimanda a una cultura di politiche che da sempre rispondono a interessi esterni, trasformando la Sardegna in una terra di conquista, senza voce e senza diritti. Serve maggiore consapevolezza sociale, uno sguardo nuovo e una discussione che parta dal basso. Non esistono ricette magiche, ma le scelte calate dall’alto e l’inerzia della politica ci stanno rendendo più difficile il presente e ci stanno rubando il futuro.

(Giovanni Fara)

Suggerimenti di lettura: 

Quelli dalle labbra bianche Francesco Masala, Edizioni Il Maestrale, 1995
Isole in guerra – A Foras, Trinacria, Core in Fronte, Catartica Edizioni, 2023
Il candidato – Maurizio Onnis, Catartica Edizioni, 2025

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One Comment

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  • Fabieddu

    01/02/2026 / at 15:30 Rispondi

    Ciao Giovanni,
    trovo che la convergenza tra il tema delle basi militari, i tentativi di militarizzazione della scuola e l’ossessivo rilancio del paradigma della sicurezza in ogni contesto pubblico rappresenti un nodo centrale e attualissimo. Una narrazione che, di fatto, finisce per mostrare il dito e non la luna (perdonami la metafora abusata), e che produce un paradosso: quello della crescente percezione di insicurezza sociale mentre, e hai ragione tu, se ne occultano le cause strutturali.
    Ovviamente condivido l’idea che lo smantellamento della scuola pubblica attraverso il disinvestimento produca non solo un impoverimento educativo, ma una maggiore insicurezza sociale complessiva, destinata a tradursi in sacche di emarginazione potenzialmente esplosive nel prossimo futuro. E anche quando non diventano esplosive, sono di fatto un’ulteriore aggravio per il welfare, o ciò che ne rimane, dello stato.
    Come dici tu, l’origine del problema del dimensionamento scolastico va ricondotto a scelte politiche ben precise. In primo luogo, la decisione del governo ( con l’ultima legge di bilancio, approvata con il voto di fiducia e quindi riducendo drasticamente il confronto parlamentare) di destinare ingenti risorse alle scuole private, arrivando persino a incentivare l’iscrizione degli studenti tramite un bonus di 1.500 euro.
    Il progetto pluridecennale di smantellamento della scuola pubblica a favore di quella privata procede ormai a passo spedito, seguendo una tabella di marcia consolidata, alla quale hanno contribuito anche i precedenti governi di centrosinistra (basti pensare alle politiche renziane e, in Sardegna, alle scelte rivendicate dallo stesso Pigliaru). In questo contesto colpisce come la gravità della situazione non venga percepita dalle masse come angosciante, né affrontata con la necessaria urgenza e con pratiche di conflitto e di lotta sindacale adeguate. La lotta di classe condotta dai ricchi contro i poveri continua, del resto, a ottenere vittorie su ogni fronte.
    Ritengo inoltre che la mancanza di reali spazi di confronto (tra docenti, tra docenti e personale ATA, e più in generale tra il personale scolastico e le famiglie) sia una delle cause principali di questa distorsione nella percezione della realtà. La frammentazione indebolisce qualsiasi possibilità di risposta collettiva. Non esistono assemblee sindacali di plesso, e l’alleanza tra scuola e famiglie, che la tanto decantata autonomia avrebbe dovuto favorire, appare di fatto inesistente.
    Nel frattempo, nelle scuole diventa sempre più difficile reperire materiali essenziali, sia didattici sia igienici, dalla carta per stampare alla carta igienica (un paragone infelice, ma purtroppo realistico). Anche le uscite didattiche sono sempre più difficili da finanziare, trasformandosi progressivamente da strumenti formativi in veri e propri privilegi.
    L’accorpamento delle scuole in Sardegna rappresenta l’ennesimo colpo di scure sociale. E mentre da un lato il governo si erge a paladino della legalità – sgomberando centri sociali, sostenendo interventi militari di stampo trumpiano in Iran, proclamandosi difensore della memoria dell’Olocausto – dall’altro appoggia il genocidio del popolo palestinese. Parallelamente, e in modo più silenzioso, danneggia le famiglie lavoratrici, senza che queste ne abbiano una percezione chiara, se non attraverso segnali frammentari, disagi intermittenti e apparentemente scollegati dal quadro politico e ideologico di questa destra e di questo neoliberismo che, con i soldi pubblici (i soldi delle nostre tasse) pretende di privatizzare un diritto universale, un diritto che già paghiamo collettivamente.
    Credo che sia ormai necessario passare dal piano concettuale a quello reale, attraverso assemblee sindacali territoriali e di plesso in cui le famiglie siano considerate parte in causa e non semplici comparse. Uscire dal corporativismo e riprendere il filo della discussione concreta e condivisa potrebbe rappresentare una strategia di pressione utile, capace non solo di ricostruire una percezione corretta della realtà, ma anche di porre le basi per una risposta unitaria ed efficace.

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