L’Irlanda introduce il reddito di base per gli artisti. In Europa il vento cambia, in Italia no

Da qualche mese l’Irlanda ha fatto una scelta che in Europa ha riacceso un dibattito serio, e soprattutto politico, sulla cultura: ha reso permanente il Basic Income for the Arts, un reddito di base destinato agli artisti e ai lavoratori culturali, che entrerà in vigore a partire dal 2026. Il programma era iniziato come esperimento pilota nel 2022 in risposta alla pandemia, selezionando casualmente 2.000 beneficiari su oltre 8.000 candidature idonee. Prevede un contributo settimanale incondizionato di 325 euro, circa 1.300 euro al mese, e ha riguardato settori come arti visive, teatro, letteratura, musica, danza, cinema e architettura, richiedendo prova di attività professionale. I risultati del pilota sono stati sorprendenti: gli artisti hanno aumentato la produzione del 40%, dedicato in media 8 ore in più al loro lavoro creativo e ridotto la dipendenza da altri lavori o sussidi. Un rapporto indipendente ha stimato potenziali incrementi futuri del 22% nella produzione artistica, in grado di generare benefici economici complessivi di oltre 100 milioni di euro, circa 1,39 euro di ritorno per ogni euro investito. Oltre al BIA, l’Irlanda offre da tempo un’esenzione fiscale fino a 50.000 euro annui sui redditi da opere originali per artisti, scrittori e compositori residenti in UE/EEA/UK, misura indipendente dal reddito di base. Un elemento importante e indicativo dell’attenzione dell’intera collettività irlandese alla cultura è che il 97% dei cittadini e delle cittadine sostiene la validità e il mantenimento della misura di sostegno agli artisti.

Non l’ennesimo bonus a pioggia, non l’elemosina una tantum che ti lascia esattamente dove eri: un sostegno continuativo, pensato per permettere a chi crea di farlo senza massacrare la propria vita tra lavori di sopravvivenza. Per ora riguarda qualche migliaio di persone, ma il messaggio è chiaro: la cultura è lavoro, e un paese che la ritiene centrale deve metterci risorse e visione.

E l’Irlanda non è un’eccezione isolata. I Paesi Bassi hanno sperimentato per anni sistemi di sussidio stabili per chi vive di arte e ha redditi irregolari. La Francia, con l’intermittence du spectacle, riconosce apertamente che il lavoro artistico non funziona come un impiego a 40 ore, e garantisce un reddito nei periodi senza ingaggi. In Germania, il Künstlersozialkasse permette agli artisti di accedere a sanità, previdenza e pensioni contributive senza dover subire costi che renderebbero impossibile continuare a lavorare. Sono strumenti diversi, ma si fondano sulla stessa idea: chi genera valore culturale non può essere lasciato in balia delle logiche di mercato, dove chi controlla i flussi mediatici decide cosa merita spazio e cosa deve restare nell’ombra. Una macchina che spinge modelli prefabbricati, ripetitivi, incapaci di produrre qualcosa di realmente innovativo. Una macchina che crea artisti di plastica e soffoca l’emersione di linguaggi nuovi, marginalizzati prima ancora di nascere.

E mentre in Europa si sperimentano forme di tutela per difendere la creatività e la vitalità culturale delle società, cosa succede in Italia? Qui il discorso cambia radicalmente. Non esiste un reddito di base per artisti, né un sistema paragonabile all’intermittence francese, né una cornice di tutele che riconosca la natura discontinua del lavoro creativo. Esiste qualche bonus occasionale, qualche bando, qualche misura sullo spettacolo dal vivo. Tutto frammentato, instabile, temporaneo. Nulla che assomigli a una politica strutturale. In Italia chi fa arte vive senza una rete di tutela. O riesci a infilarti nei meccanismi dell’industria mainstream — che detta tempi, estetiche e modelli produttivi — oppure resti fuori, nell’impossibilità di sostenere economicamente la tua ricerca artistica. La mancanza di tutele non è secondaria: determina cosa viene prodotto, cosa arriva al pubblico, quali forme d’arte hanno la possibilità di esistere. In assenza di una politica culturale che favorisca davvero il lavoro creativo, prospera solo ciò che è massificato, omologato, pensato come prodotto di largo consumo. Il resto viene spinto ai margini perché considerato poco utile al profitto. E così la creatività libera, slegata dalle logiche commerciali, viene sistematicamente mortificata.

Mentre altri Paesi europei sperimentano, correggono, investono, l’Italia resta ferma, e la distanza si allarga. Il reddito per gli artisti introdotto dall’Irlanda non è solo una misura economica: è una presa di posizione sulla società che si vuole costruire. È l’idea che la cultura sia un bene comune, non un sottoprodotto del mercato. È una discussione che prima o poi dovremo affrontare anche qui, se vogliamo una cultura viva, autonoma, capace di rischiare, o se ci basta un mercato che produce artisti usa-e-getta e linguaggi addomesticati. Per ora, la risposta è chiara. E non è quella giusta.

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