Cranache di carta: Ogni mattina a Jenin

Cronache di carta 

Sono stata un po’ assente ma sono tornata e lo faccio con un libro di una bellezza sconvolgente. In questi mesi, stiamo assistendo a un momento storico che sarà ricordato tristemente nei libri di storia. Per la prima volta, viviamo in diretta, ora dopo ora, una guerra-non-guerra e lo massacro inconcepibile di migliaia di persone, bambini innocenti capace di ricordare l’ eferattezze di Adolf Hitler, uno dei mostri della storia recente. Sarà necessario coniare nuove parole per definire lo scempio del genere umano che sta toccando il livello più basso della storia. E qui, devo fare un mea culpa perché lo ammetto, non mi sono mai interessata veramente alla storia della Palestina e di Israele. Ho sempre assorbito le notizie che arrivavano, senza approfondire l’argomento, vivendolo come qualcosa di lontano, appartenente a una realtà parallela. Poi (le cose non arrivano mai per caso), sono stata tirata dentro un progetto (di cui vi parlerò molto presto) e siccome io non riesco mai a dire di no anche quando dovrei, eccomi qui da settimane a studiare la storia di un popolo finora a me sconosciuto. Lo so, apparirò sicuramente superficiale agli occhi di molti ma è andata così e ora voglio condividere con voi, un libro che è molto più di un romanzo. Quest’opera è uno straordinario, delicato, profondo lascito di una Palestina che forse non esisterà più. Susan Abulhawa, nata da una famiglia palestinese in fuga dopo la Guerra dei Sei giorni, vissuta in un orfanotrofio di Gerusalemme e emigrata negli Stati Uniti negli anni dell’adolescenza, è un’autrice capace di inghiottire i suoi lettori, con una passione rara. Ogni mattina a Jenin è il suo romanzo d’esordio dentro al quale prendono vita personaggi d’invenzione (ma estremamente veri, in cui credo si possa riconoscere ogni palestinese) che con le loro vicissitudini, attraverso quattro generazioni, raccontano sessant’anni di storia della Palestina, vissuti da dentro, segnati dall’amore, i valori, desideri, paura, dignità, l’odio e il dolore di un intero popolo che lotta per vedersi restituire la propria terra. È difficile estrapolare un passaggio, perché ce ne sono di così tanti e significativi, che sceglierne uno è un’impresa. Ve ne propongo uno delicatissimo e di una profondità struggente in cui è racchiuso tutto il sentire di un popolo martoriato da una guerra che si perpetua da generazioni: “Amal, credo che la maggior parte degli americani non ami come amiamo noi, non è questione di inferiorità o di superiorità. Vivono in sfere sicure e superficiali, e raramente spingono le emozioni umane nelle profondità in cui viviamo noi. (…) Pensa alla paura. Quella che per noi è semplice paura per altri è terrore, perché ormai siamo anestetizzati dai fucili che abbiamo continuamente puntati contro. E il terrore che abbiamo conosciuto è qualcosa che pochi occidentali conosceranno mai. L’occupazione israeliana ci ha esposti fin da piccoli a emozioni estreme e adesso non possiamo che sentire in maniera estrema. Le radici del nostro dolore affondano a tal punto nella perdita che la morte ha finito per vivere con noi, come se fosse un componente della famiglia (…). La nostra rabbia è un furore che gli occidentali non possono capire, la nostra tristezza può far piangere le pietre. E il nostro modo di amare non è diverso, Amal. È un amore che puoi conoscere solo se hai provato la fame atroce che la notte ti rode il corpo. Un amore che puoi conoscere solo dopo che la vita ti ha salvato da una pioggia di bombe o dai proiettili che volevano attraversarti il corpo. È un amore che si tuffa nudo verso l’infinito. Verso il luogo dove vive Dio.” e ancora: “In quel campo profughi che Israele avrebbe ribattezzato “focolaio di terroristi” e “covo suppurante di terrore,” assistetti a un amore che sminuiva l’immensità stessa”.
Io non aggiungo altro, vi esorto solo a leggerlo, ad assaporare lo stile di questa straordinaria scrittrice e non abbiate paura che possa essere un libro triste, perché nonostante ci parli di guerra, perdita e dolore, ci parla anche di amore e della bellezza del luogo splendido che doveva essere un tempo la Palestina. E credo poi come ultima (ma solo una delle tantissime) riflessioni, che questa è la storia della Palestina ma potrebbe essere genericamente di qualunque popolo che vive la guerra sulla propria pelle. Vorrei affrontare ancora decine di argomenti legati a questo libro ma lo spazio è finito,

Ogni mattina a Jenin, Susan Abulhawa, Feltrinelli Editore.

Buona lettura

(Michela Magliona)

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