
Il procedimento legato al concerto della P38-La Gang, del 1° maggio 2022 a Reggio Emilia, da cui era partita l’accusa di aver pronunciato slogan a favore delle Brigate Rosse. Secondo la giudice per le indagini preliminari del tribunale di Torino, Anna Mascolo, non ci fu nessuna reale istigazione al terrorismo, ma solo una provocazione da ricondurre alla libertà di espressione artistica. Con l’archiviazione cadono anche le accuse mosse contro Marco Vicini, l’ex presidente del circolo Arci Il Tunnel di Reggio Emilia che nel maggio 2022 ospitò il concerto della band e finì indagato per istigazione a delinquere insieme ai membri del gruppo proprio per quel concerto.
L’archiviazione della denuncia verso la P38-La Gang non è soltanto un sollievo giudiziario: è una vittoria culturale che riguarda chiunque creda nella libertà di espressione come pilastro imprescindibile della nostra democrazia. Non possiamo accontentarci di registrare il fatto, dobbiamo usare questo momento per mettere a fuoco un attacco più ampio e sistematico che sta colpendo artisti e creativi un po’ ovunque, quando trattano argomenti scomodi e non sono allineati.
Negli ultimi anni, in Sardegna e non solo, fenomeni artistici indipendenti hanno visto la loro voce messa sotto accusa per il contenuto dei loro testi e delle loro performance. Il rapper sardo Bakis Beks è uno dei casi più eloquenti: il suo brano “Messaggio”, critico verso la presenza delle basi militari sull’isola, e la coreografia che lo accompagnava sono stati interpretati come reato di oltraggio a pubblico ufficiale, portandolo a processo insieme ad alcune persone presenti al concerto e a scontri con la giustizia penale. Questa non è soltanto il racconto di una vicenda personale, così come non lo erano le accuse mosse alla P38-La Gang: è la conferma di un clima in cui l’arte, la musica e la protesta culturale vengono trattate come minacce piuttosto che come forme legittime di espressione e di critica sociale. Quando un testo di canzone o una performance vengono usati come motivo per processare un artista, si mina alla base il diritto di dire, di denunciare, di mettere in discussione le strutture di potere. È un attacco alla capacità stessa di pensare e parlare liberamente.
Perciò la solidarietà verso la P38-La Gang deve estendersi ben oltre il fatto specifico che ha portato all’archiviazione: deve farsi piattaforma e punto di convergenza per difendere tutte le forme di espressione artistica che vengono represse, censurate o criminalizzate. L’arte non è un crimine – è uno strumento di conoscenza, di trasformazione collettiva.
Nel caso della P38-La Gang siamo davanti a un’attività artistico/musicale, in particolare a un genere molto in voga negli ultimi anni, soprattutto fra i giovani: la trap. Genere considerato un’evoluzione del rap, noto per l’utilizzo di messaggi fortemente provocatori, non solo nei testi ma anche nelle immagini iconografiche degli artisti. L’obiettivo è offrire una figurazione anticonvenzionale.
La P38-La Gang voleva distinguersi dalla produzione mainstream, dai gruppi che parlano di sesso, droga, denaro o mafia – temi che nessuno criminalizza – cercando invece di incuriosire i giovani rispetto ai periodi storici e ai personaggi (Stalin, Curcio, l’anarchia, le BR) inseriti nei loro testi.
Altre volte la musica diventa strumento di denuncia sociale vera e propria. In ogni caso, l’attacco a chi fa musica è un attacco che dovrebbe aprire un dibattito pubblico. Perché quando colpisci un testo, una musica, una parola, non stai colpendo solo chi l’ha creata: stai attaccando tutti quelli che in quella voce si riconoscono e si sentono rappresentati. Difendere la libertà artistica vuol dire difendere il diritto di dissentire, di dire cose scomode, di denunciare o anche solo di riportare lo sguardo su fatti e periodi che qualcuno vorrebbe rimuovere.
Oggi, dunque, esprimiamo piena e totale solidarietà alla P38-La Gang e a Bakis Beks, la cui vicenda si è chiusa a giugno di quest’anno perché il fatto non sussiste ma che ha visto – in modo surreale – condannati, seppur con pena sospesa, tre giovani spettatori rei di aver cantato e alzato il dito medio seguendo la metrica del ritornello del brano sotto accusa.
La nostra solidarietà va quindi ancora una volta a tutti gli artisti e intellettuali che hanno dovuto affrontare processi e denunce.
È tempo di dirlo con chiarezza: l’arte non si reprime, e ogni tentativo di oscurare una voce creativa è un tentativo di oscurare la stessa democrazia.
(Redazione)






