L’uomo per il mondo, non più il mondo per l’uomo

Arnaldo Scarpa, Con Günther Anders. Per agire prima che sia troppo tardi, Catartica Edizioni, Sassari, 2026

Un rovesciamento silenzioso attraversa il nostro tempo: non è più il mondo a essere pensato per l’uomo, ma l’uomo a essere modellato per il mondo che ha costruito. Nell’ultimo libro di Arnaldo Scarpa, questo capovolgimento diventa la chiave per interpretare un presente dominato dalla tecnocrazia, in cui la tecnica non è più strumento ma fine, e l’essere umano si ritrova subordinato ai sistemi tecnologici ed economici che ha generato.

Scarpa riprende con coerenza il pensiero di Günther Anders, il filosofo della “vergogna prometeica”, rilanciandolo nel confronto con l’oggi. “L’uomo per il mondo, non il mondo per l’uomo” non è uno slogan, ma la diagnosi di una trasformazione radicale: incapace di reggere la velocità dei propri apparati tecnici, l’uomo finisce per diventarne ingranaggio. Anders lo aveva intuito già settant’anni fa, quando invitava ad “agire prima che sia troppo tardi”: un monito che oggi suona profetico.

Nel dialogo ideale con Heidegger, evocato attraverso il Dasein *, emerge la frattura prodotta dalla tecnologia nell’essenza dell’umano. La riduzione dell’uomo a funzione e prestazione misurabile, segna un’epoca in cui l’esserci si muove in un orizzonte che non riconosce più come proprio. Se per Heidegger la tecnica è un destino dell’Occidente, per Anders è una potenza distruttiva che supera la nostra capacità immaginativa e morale.

Centrale è il riferimento a L’uomo è antiquato, nei due volumi ** in cui Anders descrive l’inadeguatezza dell’uomo rispetto alle proprie creazioni, la sproporzione tra potenza produttiva e responsabilità etica. La stessa tensione attraversa le pagine dedicate alle lettere al figlio di Eichmann e alla riflessione sulla colpa e sulla responsabilità. La frammentazione delle responsabilità nei sistemi complessi dissolve la coscienza individuale nella macchina burocratica e tecnologica.

La questione etica emerge con forza nel richiamo al bombardamento di Hiroshima e al carteggio tra Anders e Claude Eatherly ***, il pilota tormentato dal proprio ruolo. Qui prende forma la “vergogna prometeica”: l’uomo ha conquistato il fuoco, ma non è in grado di governarlo. La colpa non è più soltanto individuale, ma collettiva; riguarda una civiltà che ha fatto della crescita tecnologica un idolo.

Eppure, nell’analisi non c’è compiacimento apocalittico. Scarpa, ecopacifista coerente, non cede al fatalismo. Se la tecnologia ci rende più connessi ma meno coesi, e il suo potenziale distruttivo si manifesta nelle guerre, nella devastazione ambientale e nell’impoverimento delle relazioni, la risposta non può essere la rassegnazione. L’immagine dei “morti della terza guerra mondiale” che parlano ai vivi è un appello alla responsabilità, oggi amplificato dall’ombra delle armi intelligenti e dell’intelligenza artificiale applicata ai sistemi bellici.

“Dire no” diventa allora un gesto fondativo: no all’omologazione, alla normalizzazione dell’inaccettabile, alla delega totale alle macchine. Scarpa richiama forme andersiane di resistenza concreta, dallo sciopero mondiale dei lavoratori, alle mobilitazioni contro la produzione di armi, per ricordare che l’inconsapevolezza non è inevitabile. La tecnocrazia prospera sulla frammentazione; la coscienza critica ricostruisce legami e dà volto alle conseguenze delle nostre azioni.

“Sì, ma come?” è la domanda decisiva. Né Anders né Scarpa offrono ricette semplici. Le possibili risposte passano per un’educazione dell’immaginazione morale, per la capacità di rappresentarsi gli effetti delle proprie scelte, per un’assunzione di responsabilità che non si dissolva nella complessità dei sistemi. Occorre colmare il divario tra ciò che sappiamo fare e ciò che siamo capaci di sentire, affinché la potenza tecnica rientri in un orizzonte umano.

Il libro di Scarpa è insieme atto d’accusa e dichiarazione d’amore: una critica severa degli strumenti che non rinuncia alla fiducia in un futuro più umano e sostenibile. Non è l’uomo a essere respinto, ma il mondo che lo riduce a funzione.

“Agire prima che sia troppo tardi” non è solo un titolo ideale: è un imperativo etico e politico. Restituire il mondo all’uomo significa ripensare la tecnica come mezzo, sottrarsi all’omologazione, coltivare una resistenza capace di immaginare alternative. In un’epoca che sembra aver smarrito il senso del limite, la critica diventa già una forma di cura, e la speranza, per essere credibile, deve tradursi in azione.

(Luana Farina Martinelli)


* Il Dasein (pronuncia: [ˈdaːzaɪn]) è un termine chiave della filosofia di Martin Heidegger, traducibile dal tedesco come “esserci” o “presenza”. Indica l’essere umano non come un semplice oggetto, ma come l’ente che esiste nel mondo, consapevole del proprio essere, del tempo e della propria mortalità.


** I due volumi de L’uomo è antiquato di Gunter Anders sono usciti in tedesco rispettivamente nel 1956 (vol. I: Considerazioni sull’anima nell’epoca della seconda rivoluzione industriale) e nel 1980 (vol. II: Sulla distruzione della nostra condizione storica). Le prime traduzioni italiane sono arrivate successivamente, nel 1963 e nel 1992.


*** Claude Robert Eatherly (Van Alstyne, 2 ottobre 1918 – Houston, 1º luglio 1978) è stato un aviatore statunitense e meteorologo. Certificò che, dal punto di vista meteorologico il 6 agosto 1945, le condizioni per sganciare la bomba su Hiroshima fossero favorevoli.

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2 Comments

(Hide Comments)
  • Andrea

    12/03/2026 / at 21:15 Rispondi

    Una bellissima recensione profonda e leggera al tempo stesso.

  • Gabriella Toselli

    15/03/2026 / at 12:07 Rispondi

    Bellissima recensione profonda e molto esauriente

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