La scuola di Schettini che non ci piace

Punto e a capo

Torniamo a parlare di scuola e questa volta con Vincenzo Schettini, alias “La fisica che ci piace”, professore, scrittore, ma soprattutto fenomeno youtuber con 3,5 milioni di follower che racconta in modo pop la sua materia. Schettini è finito al centro di una bufera che difficilmente si esaurirà in breve, dopo le sue dichiarazioni al podcast di Gianluca Gazzoli, in cui descrive come, secondo lui, sarà la scuola del futuro. Dichiarazioni da cui è partita la polemica di queste ore.

Una scuola sempre più fruibile online; professori part-time; contenuti proposti anche a pagamento. La cultura come “buon prodotto” da mettere in vendita, proprio come sugli scaffali di un supermercato. Schettini si chiede perché un buon prodotto – riferendosi all’insegnamento – non possa essere venduto. Il punto è che qui non si parla più di metodo innovativo o di divulgazione efficace: si delinea un’idea di sistema didattico alternativo a quello che prevede una scuola pubblica e accessibile a tutti. E questo è già un primo nodo su cui riflettere.

Ma la polemica è esplosa soprattutto per un altro passaggio: il modo in cui racconta di aver portato gli studenti a seguire le sue live pomeridiane, con la promessa – o la minaccia implicita – che chi non c’era avrebbe ottenuto voti più bassi rispetto a chi partecipava. Ed è qui che interviene un’ex studente o studentessa (la giornalista Grazia Sambruna, che l’ha intervistata su MOW, non ne rivela l’identità per tutelarne la privacy), dopo aver sentito il professore sorridere di quella dinamica. Perché, spiega, all’epoca, per seguire e commentare tutte le lezioni extra, si sacrificavano lo studio di altre materie, il tempo libero, la socialità, gli hobby. Parliamo di ragazzi di 14-15 anni. È normale chiedersi quanta libertà reale ci fosse per studenti così giovani, chiamati a esporsi online per non compromettere la propria valutazione.

Da qui la decisione di raccontare cosa accadeva dietro il format accattivante di Schettini. Il quadro che emerge non è quello di una rivoluzione didattica capace di colmare lacune, ma di un metodo che, secondo questa testimonianza, lasciava indietro alcuni studenti e penalizzava persino la qualità dell’insegnamento, accrescendo la visibilità dei contenuti di Schettini sui social.

Si parla di live pomeridiane su YouTube in cui venivano spiegate parti di programma che il giorno dopo finivano nelle interrogazioni. Di inviti insistenti a collegarsi e condividere i video. Di mezzi voti in più legati alla partecipazione online, di “bonus” scritti con hashtag, di un meccanismo che premiava le condivisioni e penalizzava la scarsa “collaborazione”. Medie che potevano abbassarsi se non si stava al gioco.

Non si trattava, dunque, di semplice divulgazione, ma di qualcosa che somiglia molto a una compravendita di voti funzionale alla costruzione di un format e alla spettacolarizzazione della didattica, fuori dall’orario delle lezioni e dentro un circuito di contenuti monetizzati su YouTube.

La cosa più surreale è il candore con cui Schettini racconta tutto questo, come fosse normale legare la partecipazione online alla valutazione scolastica. E allora la domanda è inevitabile: la scuola ne era al corrente? E se lo era, come sembrerebbe da quanto sta emergendo in queste ore, perché non è intervenuta?

Pare che all’istituto facesse piacere avere un insegnante così “innovativo”, così esposto, così mediaticamente spendibile. “Faceva notizia, portava pubblicità, aumentava le iscrizioni.”

Difficile difendere una pratica del genere, perché così si costruisce un sistema distorto e pericoloso. Un sistema contro cui sarebbe doveroso opporsi.

La questione centrale è questa. Quando Schettini immagina una scuola del futuro in cui la cultura può essere venduta privatamente, descrive un modello che conosciamo già. Come nella sanità: il pubblico in difficoltà mentre il privato prospera. Liste d’attesa che si aggirano pagando. E così istruzione e salute diventano progressivamente appannaggio di chi può permetterselo.

A fare da contraltare alle critiche c’è una lettera scritta e firmata da 24 rappresentanti ed ex rappresentanti d’istituto (passati e presenti) dell’ISS Luigi dell’Erba di Castellana Grotte, diffusa su Instagram dallo stesso Schettini, in cui si nega che ci siano state lamentele da parte di studenti o genitori alla dirigenza e si lodano i suoi metodi innovativi.

Intanto, dal canale YouTube “La Fisica Che Ci Piace” sono spariti 104 contenuti. Si sospetta riguardino lezioni e video girati in classe tra il 2018 e il 2019, con le reaction utilizzate anche per influenzare i voti, playlist ora non più disponibili.

Ma ciò che davvero dovrebbe preoccuparci maggiormente è l’accettazione di tutto questo come normale: l’idea che la scuola possa trasformarsi in una piattaforma in cui il voto possa intrecciarsi al numero di condivisioni, che una lezione possa essere venduta come un qualsiasi prodotto perché lo Stato non valorizza adeguatamente i docenti, i quali si trovano costretti a costruirsi carriere parallele o alternative, anche al di fuori del loro ruolo in una scuola pubblica.

E mentre Schettini minaccia querele, resta un punto fermo: il diritto di criticare ciò che lui stesso ha detto e rivendicato. L’idea dell’aziendalizzazione della scuola e la creazione di un meccanismo che trasformi l’insegnamento in un bene privato venduto a caro prezzo. Se questo è il futuro, la questione non riguarda un singolo professore influencer. Riguarda il senso stesso della scuola: la scuola di Schettini che non ci piace.

(Giovanni Fara)

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3 Comments

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  • Andrea

    04/01/2026 / at 16:08 Rispondi

    Purtroppo mercato non fa rima con cultura. E il concetto di globalizzazione stride con quello di territorialità. E vabbè. Questo principio, però, non dovrebbe collidere con la possibilità di affiancare i big con gli artisti locali. Perché non tutti giocano in serie A, e per arrivare alle massime serie bisogna partire dal basso.
    Tuttavia (penso io) interessa solo sfruttare la popolarità non contribuire a costruirla. È piu facile e aumenta anche i consensi.

  • Ivana Langiu

    04/01/2026 / at 17:55 Rispondi

    L’antica strategia Panem et circenses funziona ancora: si offre alle masse per distrarle dai problemi politici e sociali e ottenere obbedienza. Nel contempo si promuove un’identità collettiva omologata ai modelli dominanti a discapito delle identità plurali, dinamiche e performative. Una volta, non molto tempo fa, insieme ai “grandi nomi” si esibivano “i piccoli nomi”. Perché ora no?

  • Cassandra Casagrande

    28/02/2026 / at 8:42 Rispondi

    Che poi non è neanche “privatizzazione”, qui un docente commercia, è diverso

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