
Ne avevamo già parlato qui qualche settimana fa [QUI], ma tornarci sopra oggi ha ancora più senso. Il presente sembra muoversi lungo linee sempre più instabili: conflitti armati che tornano a minacciare scenari nucleari.
Nel saggio di Arnaldo Sacarpa, il pensiero di Günther Anders viene ripreso per offrirci una chiave di lettura lucida e scomoda. Le sue riflessioni sulla tecnica, sull’alienazione e sulla guerra non appartengono solo al Novecento, ma sembrano parlare direttamente al nostro tempo, mettendo a fuoco i rischi concreti che l’umanità sta affrontando.
Un libro che appare come un importante strumento di dibattito e riflessione nel presente.
Ne parliamo con l’autore in questa intervista realizzata da Luna Afarina Martinelli.
1) Nel tuo libro compare un concetto molto forte di cui Anders si è occupato in modo critico: “L’uomo per il mondo, non più il mondo per l’uomo”. Cosa significa in un mondo tecnocratico come il nostro?
Sì, Anders arriva anche a parlare di un “mondo senza l’uomo”, non nel senso di un mondo privato della presenza della specie umana, magari a causa dell’olocausto nucleare, ma invece proprio del nostro mondo contemporaneo, dominato dalla tecnica. Un mondo in cui gli individui perdono capacità di autodeterminazione e diventano ingranaggi di grandi sistemi tecnocratici come il mercato globale che registra e studia i nostri comportamenti e, mediante gli algoritmi di comunicazione, orienta i consumi, ma anche il voto, di larghe fasce di cittadini e cittadine.
2) Tu parli della necessità di immaginare un futuro più umano e sostenibile. Da dove dovrebbe partire questo cambiamento?
Sì, direi prima immaginare un futuro a misura di uomo e di donna e poi progettare e costruire, in maniera graduale ma determinata questo futuro. Il futuro non è il prodotto del caso, non è necessario avere “fortuna”, ma piuttosto considerare che mentre ci muoviamo in questo mondo, in ogni istante, stiamo preparando quello che verrà immediatamente dopo. Abbiamo una grande responsabilità. Se ce ne accorgessimo, abbandonare ogni pulsione egoistica e violenta sarebbe automatico. Abbiamo bisogno gli uni degli altri, non possono esistere benessere, felicità e pace, se non per tutti.
3) Nel libro emerge anche il tema della resistenza all’omologazione. Perché è così importante oggi?
Omologazione è quella che impone il sistema tecnocratico, significa perdere la propria individualità, la personalità, l’originalità per diventare ingranaggi di un sistema grigio che si ripete sempre uguale a sé stesso fino a quando non implode e si autoestingue. Significa diventare parte del “pensiero unico”. Ogni volontà autoritaria si serve dell’omologazione per costruire non cittadini, ma soldati pronti ad obbedire. Una volta caduti nella trappola dell’omologazione si è consegnati al ruolo di supporter del potente di turno, piccolo o grande, che sfrutterà gli omologati per perpetuare il proprio delirio di potenza. La sfida è resistere all’omologazione senza separarsi dal resto dell’umanità, senza costituire una forza esclusivamente antagonista, ma rimanendo in dialogo con tutti, fino a “con-vincere”, non nel senso di inculcare negli altri il nostro pensiero ma con quello di “vincere insieme”. Solo insieme ci si salva.
4) Il tuo libro contiene una critica molto dura alla civiltà tecnologica, ma allo stesso tempo emerge un grande affetto per l’umanità. Credi nell’essere umano?
Gli uomini e le donne sono certamente criticabili per molti aspetti, ma sono il nostro “noi”. Gli altri sono dentro di me, con tutte le loro incoerenze, le crudeltà, le stupidità, ecc., fanno parte del mio essere, sono il mio “esserCi” nel mondo, come direbbe Heidegger. Se fossi solo al mondo, senza che nessuno fosse stato prima di me, senza la possibilità di nessuno dopo di me, non potrei mai essere ciò che sono. Tutto il brutto dell’umanità è dentro di me, ma anche tutta la bellezza, l’arte, l’amore, la fratellanza e la sorellanza. Se guardo il mondo con occhi “amanti”, sono subito capace di provare per esso, e specialmente per quella parte che è costituita dagli uomini e dalle donne, la stessa pena che si prova per l’amato quando è in preda a qualche sofferenza. Il mondo soffre, l’umanità geme, e l’amore per entrambi ci rende capaci di soffrire con loro, ma anche di agire… prima che sia troppo tardi.
5) Ti definisci un “ecopacifista”. Cosa intendi con questa definizione?
L’ho usata per la prima volta, insieme all’aggettivo “irriducibile”, nel sottotitolo del mio primo libro, una raccolta di poesie giovanili accompagnata dalla mia autobiografia come chiave di lettura dei testi poetici. Il senso che io le voglio dare è sottolineare la strettissima relazione, direi necessaria, tra l’ecologia e la pace. Non può esistere l’una senza l’altra, l’impegno per l’ambiente non può essere separato da quello per la pace, a meno che non si voglia cadere nella completa inutilità dell’azione. Come potrebbe essere in armonia un mondo devastato (e inquinato) dagli effetti delle guerre? Lo pensavo da bambino, ho continuato a pensarlo da giovane e da adulto “maturo”. Per questo mi definisco un “irriducibile”.
6) Nel libro compare il concetto di Dasein, l’esserCi di Heidegger. In che modo questo concetto aiuta a comprendere la condizione dell’uomo contemporaneo?
Credo che l’esserCi debba essere considerata la condizione dell’uomo in ogni tempo. I miti antichi, la filosofia greca e quella latina, gli scritti sull’esistenza umana di ogni epoca, descrivono ogni individuo non come isolato ma come il prodotto di ciò che è stato prima di lui, di ciò che ha intorno, ma anche delle proiezioni future della sua esistenza nel mondo. Perciò, nessuna storia personale può mai essere presa in considerazione fuori dal suo contesto e nessun individuo può mai bastare a sé stesso. L’uomo e la donna sono sempre un esserCi insieme. Nella contemporaneità è come se i veli che potevano nel passato nascondere questa condizione antropologica della “insiemità” si siano dissolti per effetto della progressione scientifica (per esempio con la teoria dei sistemi) e della esplosione delle tecnologie della comunicazione. Il villaggio globale è una realtà sia dal punto di vista della comunicazione, sia sotto il profilo della dipendenza reciproca (interdipendenza) di ogni cosa da tutte le altre. L’uomo e la donna contemporanee si trovano davanti ad un bivio: seguire le spinte suicide di chi promuove l’oppressione, l’ingiustizia e la guerra permanente che ne consegue, dunque rinnegare quanto di buono la civiltà umana ha prodotto nei secoli; oppure essere parte attiva in un processo di cura del mondo che richiede di custodire i valori del passato e agire, nell’oggi, insieme, perché domani quei valori diventino sempre più costitutivi dell’essere.
7) Citi Günther Anders e il suo pensiero sull’“uomo antiquato”. Quanto è attuale oggi questa riflessione?
A mio parere tutto ciò che ha scritto Anders, con una produzione letteraria che ha attraversato quasi tutto il XX secolo, è ancora attuale. L’umanità di oggi appare spesso inebetita di fronte alla potenza delle tecnologie e dei loro effetti pratici sulla vita di ogni giorno, ad ogni livello. All’enorme sviluppo tecnologico a cui abbiamo assistito negli ultimi 100 anni non possiamo certo dire che abbia corrisposto una pari crescita della capacità di comprensione e di gestione delle tecnologie da parte della nostra specie. Allo stesso modo in cui i capitali continuano a concentrarsi nelle mani di pochi speculatori, anche la gestione degli apparati tecnologici è riservata ad un’élite sovrapponibile con gli stessi super-capitalisti che detengono la proprietà di holding, strutture e tecnologie. Gli uomini e le donne del presente dovrebbero fare ogni sforzo per liberarsi del dominio di questa élite attraverso la conoscenza dei sistemi in cui sono imbrigliati e l’attivazione di processi di rivoluzione nonviolenta.
8) Nel libro emerge anche la questione etica legata alla bomba atomica e al bombardamento di Hiroshima e Nagasaki. Perché questo episodio rimane centrale?
È lo spartiacque della storia umana. Prima di quei terribili eventi, la specie umana non aveva mai posseduto strumenti di morte capaci di determinare la propria estinzione. Di conseguenza, il 6 agosto 1945 (bomba su Hiroshima) ha significato una svolta anche nella vita di Günther Anders, la seconda dopo quella legata alla salita al potere di Hitler. Da quel momento in poi, tutta la sua attività è stata dedicata ad ammonire e mettere in guardia l’umanità rispetto alla necessità di attivarsi per allontanare il più possibile lo spettro della morte globale. Per Anders era come se fossimo tutti già morti, la morte futura abitava dentro di lui e dentro ogni suo contemporaneo, ma anche in noi, suoi successori, essendo entrata nell’essere dell’umanità attraverso le duecentomila vittime dell’atomica. Ciò nonostante, anzi a maggior ragione per questo, per il maggior amore che consegue alla maggior compassione, Anders non smise mai di credere nella possibilità dell’uomo di riorientare il proprio destino e continua anche ora ad incitare ognuno di noi a farlo… prima che sia troppo tardi.
9) Nel tuo libro citi una teoria scritta settant’anni fa ma ancora attuale: la “filosofia d’occasione”. Sarà grazie a questa che saremo capaci di interrogare la tecnica, la politica e l’etica del nostro mondo?
La filosofia d’occasione coincide proprio con la capacità propria di ogni uomo e ogni donna di interrogarsi sulla vita e sul contesto in cui si esprime. Quando Hitler andò al potere, nel ’33, Anders era un promettente professore di Filosofia “accademica”, ma di fronte all’orrore del nazismo al potere, ritenne che qualsiasi discorso astratto dovesse essere messo da parte e il pensiero filosofico, cioè quello che va in profondità, dovesse essere applicato all’attualità del mondo, prendendo spunto dall’occasione. Ora siamo di fronte ad altre sfide che hanno molto a che fare con il male assoluto che furono i fascismi e le guerre del 900, e anche adesso, come fu per Anders, il pensiero filosofico profondo, libero e non preordinato, può salvare ognuno di noi dal perder sé stesso, acconsentendo all’omologazione, e soprattutto, può indicare all’intera umanità una via di fuga dalla morte programmata.
(A cura di Luana Farina Martinelli)
Arnaldo Scarpa, Con Günther Anders. Per agire prima che sia troppo tardi, Catartica Edizioni, Sassari, 2026






