Sette sguardi su Sassari: l’intervista ad Andrea Taffi

A partire dall’articolo già pubblicato su indielibri [QUI] dedicato a Sette volte Sassari, uscito a gennaio per Catartica Edizioni, torniamo sul libro di Andrea Taffi per approfondire il suo processo creativo e lo sguardo che attraversa l’opera. In questa intervista l’autore racconta genesi, metodo e costruzione di un racconto che ripercorre cinquant’anni di storia sassarese.

Andrea Taffi (Cecina, 1966) è avvocato, appassionato di storia e di scacchi, e vive a Sassari da circa quindici anni. Ha pubblicato racconti su diverse riviste letterarie e collabora dal 2021 con la casa editrice sassarese con la pubblicazione di alcuni suoi testi in antologie. La sua scrittura unisce uno sguardo analitico, derivato dalla professione forense, a una spiccata sensibilità narrativa.

1) Da dove nasce l’idea di costruire un libro che attraversa cinquant’anni di storia sassarese e quanto tempo ha richiesto la scrittura di Sette volte Sassari?

L’idea è nata in corso d’opera, nel senso che i racconti sono stati scritti in tempi diversi e in maniera sparsa, sulla base di suggestioni nate di volta in volta da aneddoti raccontati o reperiti da fonti relative a un arco temporale per me di grande interesse storico. Da qui, dati alcuni elementi ricorrenti, primo fra tutti la città di Sassari, è nata col tempo l’idea della raccolta. Il legante è rappresentato dalla figura dell’avvocato presente in tutti i racconti, figura di fantasia ispirata a una persona realmente vissuta.

2) Quanto lavoro c’è stato tra ricostruzione dei fatti reali e invenzione narrativa?

Una volta venuto a conoscenza del fatto storico il vero lavoro è stato quello di connetterlo a una finzione narrativa che consentisse di intrattenere il lettore proponendogli anche uno spunto di riflessione. Se da una parte l’avvenimento narrato mi ha facilitato, consentendomi di avere una sorta di brogliaccio dal quale partire, dall’altra ha rappresentato una sfida, vista la necessità di nascondere la linea di congiunzione tra fatto e finzione, e dare quindi un senso al racconto.

3) Il libro è composto da sette racconti e c’è un personaggio ricorrente, un avvocato: quanto ti assomiglia?

Tra le tante preoccupazioni di chi scrive con speranza di essere letto c’è quella di nascondersi tra le pieghe del racconto, prima di tutto come narratore della storia e poi come portatore di idee e di pensieri propri. In realtà, a livello più o meno consapevole, l’avvocato Salis incarna un modo di vedere la professione che mi appartiene. La suggestione di questo personaggio realmente esistito è stata inevitabilmente contaminata dal mio essere non solo autore del racconto, ma anche collega di lavoro.

4) Non sei originario di Sassari ma di Cecina: che tipo di rapporto hai costruito con la città partendo da uno sguardo esterno?

Vivo a Sassari da quindici anni e non ho mai voluto perdere il gusto di scoprirla, di non darla mai per scontata. Questo è il vantaggio di chi non è nato nel luogo in cui vive. Ogni città ha tante storie che finiscono per emergere quando la guardiamo con curiosità, da esterni come dici tu. Non è un caso che questa raccolta si intitoli Sette volte Sassari, dove l’importante non è il sette, ma sono le volte, i modi, in cui puoi guardarla.

5) Che cosa speri resti al lettore dopo aver chiuso il libro?

Io credo che un libro inizi non aprendo la prima pagina, ma chiudendo l’ultima. E questo vale tanto per un romanzo quanto per una raccolta di racconti. Siccome narrare è anche affidarsi al lettore, io spero che chiunque legga la mia raccolta trovi alla fine una porta da varcare, alla ricerca non solo di quello che ho voluto dire, ma anche di quello che il lettore ha vissuto, conosciuto o riconosciuto. La lettura, al netto dell’intrattenimento, è soprattutto il combustibile che alimenta il viaggio nella nostra psicologia e in quella altrui. Insomma, una storia traccia la strada; sta a chi legge decidere se limitarsi a percorrere quella strada oppure se farsi incuriosire dai tanti bivi presenti lungo il percorso.

6) Se dovessi riassumere Sette volte Sassari in una sola immagine, quale sarebbe?

L’immagine è quella finale dell’ultimo racconto, quello che trae spunto dall’arresto di Dario Fo avvenuto a Sassari nel novembre del 1973. Franca Rame è in via Roma, di fronte al carcere di San Sebastiano, sopra un palco improvvisato con sotto migliaia di Sassaresi di sinistra, ma anche di destra e di centro, che manifestano pacificamente per la scarcerazione di Dario Fo. Ora, al di là del fatto storico e della conseguente reazione della città, mi è piaciuto restituire l’immagine del tutt’uno che Franca Rame e Dario Fo costituivano, come coppia sentimentale e professionale. Ognuno dei due era, al tempo stesso, piedistallo e statua di quel monumento che era il loro teatro.

(A cura di Maria Daniela Carta)

Andrea Taffi, Sette volte Sassari, Catartica Edizioni, Sassari, 2026

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