Militarizzazione, odio e silenzio: la morte della poetessa Reneee Nicole Good

Quando muore una poetessa, muore qualcosa di tutti noi.

Ci sono notizie che non dovrebbero mai esistere. Non perché siano false, ma perché sono talmente disumane da mettere in crisi l’idea stessa di civiltà. Quello che sta emergendo dagli Stati Uniti, tra operazioni di polizia sempre più militarizzate e un clima politico che ha normalizzato l’odio, lascia addosso una domanda insopportabile: come si arriva a uccidere una donna innocente a sangue freddo?

Secondo quanto riportato e denunciato in queste ore, Renee Nicole Good – giovane poetessa, madre di tre bambini – ha perso la vita a Minneapolis durante un’operazione dell’ICE, l’agenzia federale per il controllo dell’immigrazione, divenuta negli ultimi anni il simbolo di una repressione armata e disumanizzante. Al di là delle responsabilità penali che dovranno essere accertate, ciò che resta è una ferita aperta: una vita spezzata, una voce poetica messa a tacere, tre figli lasciati senza madre.

Renee scriveva poesie, faceva la scrittrice e le piaceva suonare la chitarra. In un mondo brutale e violento come quello che stiamo attraversando, scrivere non è un vezzo, ma un rifugio. È un atto di resistenza silenziosa. È il tentativo di dare forma al dolore per non esserne divorati. Come tanti, Renee cercava nella parola un modo per fuggire dal malessere che ci circonda, per restare umana mentre tutto intorno spinge verso la disumanizzazione.

E allora sì, viene da pensare che ci sia qualcosa di profondamente malato in una società e nei suoi leader quando la risposta alla fragilità è il fucile, quando il volto viene coperto da una maschera e l’altro non è più una persona ma un bersaglio. Quando il potere rinuncia alla giustizia per abbracciare la paura, la violenza smette di essere un’eccezione e diventa metodo.

In tanti ci siamo chiesti, la poesia salverà l’umanità?

Forse no, non nel senso immediato e salvifico che vorremmo. La poesia non ferma i proiettili, non arresta le milizie, non restituisce i morti ai vivi. Ma resta ciò che di più umano ci rimane: la capacità di sentire, di ricordare, di non accettare l’orrore e le ingiustizie come una banale normalità.

Oggi, la poesia non ha salvato Renee. Oggi una poetessa è morta. Ed è proprio per questo che non possiamo permetterci di dimenticarla. Nelle ultime ore le piazze si sono riempite di persone indignate e addolorate da questi terribili fatti, alcuni esponenti politici hanno finalmente alzato la voce contro le ingiustizie dell’amministrazione di Donald Trump, mi domando, questo è abbastanza?

Chiedere giustizia per Renee Nicole Good non significa solo pretendere verità e responsabilità. Significa opporsi a un mondo in cui la forza armata decide chi merita di vivere. Significa difendere l’idea che nessun confine, nessuna ideologia, nessun potere possa valere più di una vita umana.

Se la poesia non ha potuto salvarla, allora tocca a noi fare in modo che la sua morte non sia vana. Ricordarla è già un atto politico. Scriverne è un atto di resistenza.

Giustizia per Renee.
Giustizia per tutte le voci spezzate.

Voglio lasciarvi una delle poesie di Renee che in queste ore ho tradotto, una poesia sentita, intima e profondamente innocente che si interroga proprio sul significato della vita:

Rivoglio indietro le mie sedie a dondolo,
tramonti solipsisti,
E suoni di giungla costiera che sono terzine di cicale e pentametri dalle zampe pelose degli scarafaggi.
ho donato bibbie ai negozi dell’usato
(le ho schiacciate in sacchi di plastica per l’immondizia con una lampada di sale himalayano acida –
le bibbie del post-battesimo, quelle strappate dagli angoli delle strade alle mani carnose degli zeloti, quelle semplificate, facili da leggere, parassitarie…
ricordo di più l’odore viscido di gomma delle immagini patinate dei manuali di biologia; mi bruciavano i peli dentro le narici,
E il sale e l’inchiostro che si staccavano e mi restavano sui palmi.
Sotto ritagli di luna alle due e quarantacinque del mattino studio e ripeto
 
ribosoma
endoplasmatico
acido lattico
stame
 
all’IHOP all’angolo tra Powers e Stetson Hills
ho ripetuto e scarabocchiato finché qualcosa non ha iniziato a farsi strada a ristagnare da qualche parte che ora non so più indicare, forse nelle viscere
forse lì, tra il pancreas e l’intestino crasso, c’è il torrentello meschino della mia anima.
è il righello con cui ora riduco ogni cosa; duro, spigoloso e che si scheggia di una conoscenza che un tempo sapeva stare lì, come un panno sulla fronte in febbre.
posso lasciarli coesistere entrambi? Questa fede incostante e questa scienza universitaria che schernisce dal fondo dell’aula
ora non riesco a credere
 
Alla bibbia e al corano
 
tutta la mia comprensione cola giù dal mento sul petto e viene riassunta così:
 
la vita è soltanto
l’ovulo e lo spermatozoo
e il punto in cui si incontrano
e quanto spesso e quanto bene
e ciò che lì muore.

Testo di Reneee Nicole Good, traduzione a cura di Fabrizio Raccis

(Fabrizio Raccis)

Advertisement

Lascia un commento

Seguici
  • Facebook38.5K
  • X Network32.1K
  • Youtube19.9K
  • Instagram18.9K
Loading Next Post...
Seguici
Cerca
Popular Now
Loading

Signing-in 3 seconds...

Signing-up 3 seconds...

Carrello
Cart updating

ShopYour cart is currently is empty. You could visit our shop and start shopping.