Premio Nobel per la Pace? No, per la propaganda

Punto e a capo

C’è qualcosa di profondamente grottesco nella decisione di María Corina Machado di consegnare simbolicamente il Premio Nobel per la Pace a Donald Trump, ringraziandolo per la cattura di Nicolás Maduro e per l’intervento statunitense che con la pace non ha, evidentemente, nulla a che vedere. Machado ha portato fisicamente la medaglia alla Casa Bianca e l’ha offerta a Trump come segno di riconoscimento, mentre lui l’ha accolta con sorrisi e ringraziamenti.

Un gesto che suona non solo come una derisione plateale del concetto stesso di pace, ma come una celebrazione retorica del potere e degli interessi statunitensi.

Intanto, va chiarito che il Premio Nobel per la Pace assegnato a Machado nel 2025 era già di per sé grottesco. La leader venezuelana è da sempre espressione dell’opposizione dell’estrema destra, con forti legami politici e finanziamenti da ambienti anti-bolivariani e statunitensi, e già nel 2014 aveva chiesto esplicitamente l’intervento militare degli USA, e persino quello israeliano, per rimuovere il governo venezuelano con la forza.

Il risultato è un premio per la “pace” che finisce per incoronare chi promuove e festeggia operazioni di guerra, un feticcio privo di significato che si passa di mano in mano tra personaggi che lo usano per legittimare l’uso della forza su scala internazionale. In questo senso, il conferimento del Nobel a Machado rientra in una lunga serie di casi in cui il premio è stato trasformato in uno strumento politico, anticipando in qualche misura l’attacco militare al Venezuela da parte degli Stati Uniti, in spregio al diritto internazionale e a qualsiasi dinamica diplomatica.

Il paradosso è totale: un premio pensato per la pace esibito come simbolo di guerra e di potere.

Da una parte ci sono gli interessi dei popoli alla convivenza pacifica; dall’altra chi utilizza parole, sloga e simboli al solo scopo di normalizzare la guerra come strumento politico. In questo quadro, la buffonata del Premio Nobel per la Pace andrebbe smascherata e derisa in ogni contesto culturale e in ogni consesso che pretenda di occuparsi seriamente di diritti umani e di contrasto alle logiche belliciste.

La politica estera statunitense sotto Trump conferma pienamente questo scenario. Tra il 2025 e l’inizio del 2026, gli Stati Uniti hanno condotto bombardamenti o operazioni militari dirette in Yemen, Somalia, Iraq, Siria, Iran, Nigeria e Venezuela. Azioni presentate come “operazioni antiterrorismo”, ma che nella realtà rappresentano un’estensione sistematica dell’uso della forza militare per mantenere l’egemonia politica statunitense su scala internazionale.

Una prassi che gli Stati Uniti – indipendentemente da Trump, va detto – adottano ogniqualvolta un governo non sia considerato “amico”, cioè non disposto ad accettare le condizioni imposte da Washington. Non a caso il Premio Nobel per la Pace suona da anni come una barzelletta: assegnato a figure che hanno guidato guerre, interventi militari ed escalation belliche, come Barack Obama, premiato nel 2009 nonostante l’uso massiccio di bombardamenti in Afghanistan, Iraq, Siria e in altri territori deliberatamente brutalizzati dagli Stati Uniti.

Se si fosse assegnato un vero Nobel per la Pace, sarebbe emerso senza difficoltà il nome di Francesca Albanese. Il suo lavoro, rivolto in modo rigoroso ai territori palestinesi, ha riportato al centro una verità tanto semplice quanto sistematicamente rimossa: la pace significa diritti, giustizia, fine dell’occupazione e di un genocidio che si consuma incredibilmente in mondovisione, non la violenza ipocritamente rivestita di retorica umanitaria al servizio di interessi imperialisti.

(Giovanni Fara)

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