Sovversione percettiva: l’arte come strumento di resistenza

No Words, olio su lino trattato, 2024 [Malak Mattar]

Proponiamo oggi, come contributo esterno alla redazione di Indielibri, una riflessione di Luigi Menna che affronta con lucidità e urgenza il ruolo dell’arte e della cultura di fronte alle tragedie della storia e dell’attualità: guerre, persecuzioni, e l’attuale genocidio in corso a Gaza. Un testo che si inserisce nel dibattito sul senso della cultura e sul suo rapporto con la politica, la memoria e la coscienza collettiva, interrogando la funzione dell’arte non come rifugio estetico, ma come strumento di resistenza e di testimonianza. 

A proposito di arte e coscienza, un personaggio di una mia storia così si esprimeva contro chi la pensava diversamente: “L’arte non ė un calmante, ma un campanello d’allarme che deve scuotere le coscienze.” Dopo questa breve premessa, permettetemi di aggiungere “qualcosa” al dibattito di questi giorni, in occasione dell’82° Festival del cinema di Venezia, su arte e conflitti: Arte, politica e neutralità. L’arte è politica? La domanda è mal posta. L’arte È politica, nella sua essenza. La politica è la gestione della vita in comune, della polis. E ogni artista, scegliendo cosa rappresentare, prende posizione all’interno di quella comunità. Anche chi insegue la “bellezza pura” fa una scelta politica. La vera funzione dell’arte non è estetica, ma essere una sovversione percettiva. È lo strumento che ci permette di crescere come individui e cittadini perché: – Frantuma le nostre certezze, costringendoci a pensare invece che a obbedire. – Ci costringe all’empatia, facendoci abitare le vite degli altri, fondamento di ogni società civile. – Smaschera le strutture del potere, rendendole visibili e quindi criticabili. L’arte non cerca il consenso, ma la coscienza. Molti, osservando la tragedia di Gaza, si chiederanno: se tanti artisti la stanno raccontando e nulla cambia, non è questa la prova che l’arte è impotente? Nessuna contraddizione. È la conferma più tragica e potente della tesi. L’arte che guarda a Gaza ha già fatto la sua scelta politica fondamentale: testimoniare, non ignorare. Ha rifiutato la complicità del silenzio. L’errore è confondere il potere dell’arte con quello delle armi o della diplomazia. Un’opera non è un atto di governo. Il suo campo di battaglia è la coscienza. In questo scenario, l’arte che racconta la guerra non sta fallendo, ma sta svolgendo le sue funzioni essenziali: – Combatte la narrazione del potere: Sottrae le vittime alla disumanizzazione della propaganda e le restituisce alla loro dimensione umana. – Costruisce la memoria storica: Fissa l’orrore nell’immaginario collettivo – come fece Guernica di Picasso – creando un archivio che servirà a giudicare il presente. – Lotta contro l’indifferenza: Tenta di scuotere le coscienze dall’assuefazione, impedendo che l’inaccettabile venga normalizzato. L’arte non ferma i carri armati, è vero. Ma contende loro il terreno della mente, qui e ora. Mentre il potere delle armi occupa lo spazio fisico, l’arte lancia una controffensiva nello spazio della coscienza. Non aspetta le macerie per agire: combatte nel presente per impedire che la giustificazione di quelle macerie diventi l’unica verità possibile.

(Luigi Menna)

Advertisement

Lascia un commento

Articolo precedente

Articolo successivo

Loading Next Post...
Seguici
Cerca
Popular Now
Loading

Signing-in 3 seconds...

Signing-up 3 seconds...

Carrello
Cart updating

ShopYour cart is currently is empty. You could visit our shop and start shopping.