Le scrittrici non esistono per la scuola italiana

Da 27 anni nemmeno una donna nelle tracce della prova di analisi del testo della Maturità. Nel 2026, per il ventisettesimo anno consecutivo, nessuna autrice è stata proposta nella tipologia A, quella dell’analisi del testo; anche quest’anno i nomi scelti sono due autori uomini: Cesare Pavese e Vitaliano Brancati. Un dato che, da solo, dovrebbe bastare ad aprire una discussione seria sul modo in cui la scuola italiana costruisce e trasmette il proprio canone letterario.

La polemica è resa ancora più acuta dal fatto che tutto questo accade proprio nell’anno del centenario del Nobel per la letteratura assegnato a Grazia Deledda nel 1926. Alla vigilia della prova, molti la indicavano come una candidata naturale per una delle tracce ministeriali, proprio in ragione della ricorrenza; e invece neppure questa volta Deledda ha trovato spazio. L’esclusione della scrittrice sarda, unica donna insignita del Nobel per la letteratura in Italia, non può essere letta come una semplice dimenticanza.

Dopo ventisette anni senza autrici nell’analisi del testo, l’assenza è strutturale e specchio di un sistema scolastico che vuole trasmettere un messaggio culturale preciso: la letteratura che conta, quella che merita di essere proposta agli studenti come misura del valore, continua a essere raccontata soprattutto al maschile. Non si tratta soltanto di rappresentanza, ma della formazione dello sguardo con cui intere generazioni imparano a leggere il mondo.

Su questo punto, Claudia Desogus, autrice di Catartica Edizioni e prefatrice della recente edizione di Canne al vento (collana Raichinas, aprile 2026), ha parlato in modo molto netto. Nella sua prefazione osserva che Deledda, “per decenni, è stata relegata tra gli autori minori (quando presente) nei programmi di letteratura italiana” e aggiunge una domanda difficile da aggirare: “In quanto donna? Probabilmente sì”. Desogus è tornata sull’argomento anche sui social all’indomani delle tracce della Maturità 2026, denunciando l’esclusione di Grazia Deledda nel centenario del Nobel e, più in generale, la persistente invisibilità delle scrittrici nel canone scolastico italiano.

Il punto, del resto, riguarda non soltanto Deledda. Desogus richiama nella prefazione anche un altro dato significativo: nella lista di autori richiesta nei recenti concorsi per la scuola, su 42 nomi compare una sola autrice, Elsa Morante. Anche questo elemento mostra come l’esclusione delle scrittrici non sia episodica, ma attraversi diversi livelli del sistema formativo: dai concorsi ai programmi, dai manuali alle prove d’esame.

Per questo la rimozione delle scrittrici dalla scuola italiana non è un dettaglio secondario né una questione da liquidare come polemica identitaria. Escludere sistematicamente le donne dall’orizzonte scolastico significa trasmettere agli studenti un’idea mutilata della letteratura, come se la tradizione fosse stata costruita quasi esclusivamente da uomini e come se la voce femminile fosse, nel migliore dei casi, un’aggiunta marginale. È un meccanismo che finisce per cancellare, o perlomeno ridurre drasticamente, la metà del genere umano dal racconto culturale condiviso.

Il caso di Grazia Deledda è allora esemplare proprio perché rivela tutta la contraddizione del presente. Da una parte, il 2026 è segnato da celebrazioni, iniziative pubbliche e momenti istituzionali dedicati al centenario del suo Nobel; a Nuoro, per esempio, l’Anno deleddiano è stato aperto con la presenza del presidente della Repubblica Sergio Mattarella e della rappresentanza istituzionale regionale. Ma tutto questo è davvero utile se, dall’altro lato, la scuola continua ad assumerla come autrice centrale, da leggere e discutere nel cuore del percorso formativo.

Colpisce infatti che su questo tema non si sia sviluppato in Sardegna, nemmeno fra le fila del governo regionale, un dibattito pubblico proporzionato alla gravità del problema. Eppure non si tratta di rivendicare una semplice appartenenza territoriale o di difendere un simbolo locale per orgoglio identitario. Ma di una cosa siamo sicuri: Deledda deve essere sottratta alla retorica della commemorazione e restituita a un confronto vivo con il tessuto sociale dell’isola e il patrimonio letterario mondiale, inserita non più marginalmente nei programmi scolastici e di formazione culturale. Significa ricordare che una scrittrice non va celebrata una volta ogni cento anni, ma letta, studiata, insegnata.

(Redazione)

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