Nove racconti sull’assenza: Giulia Lombardo si racconta

Questa intervista a Giulia Lombardo nasce attorno alla raccolta Te l’ho detto di notte, edita da Catartica Edizioni nel luglio 2025: un libro costruito su nove racconti che ruotano attorno al tema dell’assenza e alle tracce lasciate da chi non c’è più. Ne emerge un dialogo intenso, capace di toccare questioni profonde come la memoria, il corpo, le relazioni e la difficoltà di afferrare davvero la verità delle cose e delle persone.

Il testo che stai leggendo è stato selezionato da Giuseppe Brundu, noto sui social come Herry Bemis, e mette in evidenza una raccolta che si distingue nel panorama della narrativa contemporanea per la forza emotiva che lega tra loro i racconti.

1)  “Te l’ho detto di notte” è una raccolta di nove racconti narrati attraverso diverse voci narranti. Come è stata pensata e generata?

Il libro è stato scritto durante il covid. Nella prima quarantena, ho deciso di portare a termine una serie di racconti ai quali lavoravo già da tempo e di scriverne dei nuovi. Il tema intorno a cui si è andata organizzando la narrazione è quello dell’assenza, ovvero cosa rimane di chi non c’è più, e come le tracce che questa persona ha lasciato continuano a parlare al suo posto. Mi interessava proprio il dialogo interiore che si instaura con gli oggetti e i ricordi della persona scomparsa. Queste tracce cominciano ad avere una vita autonoma, iniziano a raccontare storie segrete, a rivelare aspetti sconosciuti della persona che ci ha lasciato dandoci la sensazione che infondo la sua vita ci è sempre sfuggita nella sua interezza, anche quando era lì con noi. Nei nove racconti il tema dell’assenza si declina in diverse accezioni, dalla morte, allo svanire di un sogno a legami che sfuggono, lasciandoci spettatori della nostra incapacità di cogliere il senso profondo delle cose e delle leggi che legano le persone tra di loro.

2) Ho letto tutto d’un fiato il racconto “il vestito” che fin dall’inizio era diverso dagli altri perché entravi nella mente dei due protagonisti in eguale misura, hai descritto i comportamenti di lui e di lei in modo imparziale lasciando al lettore la capacità di riconoscere gli elementi tipici della violenza di genere. Ma c’è un altro protagonista in questo racconto, una lavatrice, ce ne vuoi parlare?

Il racconto “Il vestito” è stato immaginato nella cornice del tempo di un lavaggio in lavatrice. Ho scelto quest’elettrodomestico perché mi sembrava il più rappresentativo di quegli aspetti dell’emancipazione femminile che sono stati favoriti dal progresso tecnologico. La protagonista mette a lavare un vestito e quando lo tira fuori per stenderlo sappiamo che non è più quello che aveva indossato quando aveva conosciuto il suo compagno che a poco a poco ha invaso il suo mondo e l’ha costretta ad essere ciò che lui voleva che lei fosse. Il tema centrale della violenza di genere riguarda secondo me la negazione del diritto di autodeterminazione delle donne, ovvero la possibilità di decidere chi sono e chi vogliono essere, indipendentemente dallo sguardo maschile. Questo sguardo è interiorizzato per cui tutt’ora è molto difficile per le donne trovare una manifestazione autonoma, libera e spontanea del proprio essere al di fuori di un’identità precostituita.

3) Mi ha colpito la tua capacità di portare alla luce emozioni profonde e forti in cui tutti possiamo riconoscerci, e ho l’impressione che lo fai come guardandoti allo specchio portandole a nudo. Ma dall’altra parte c’è un pubblico che ti legge, ti ascolta, ti interpreta. Ci vuole coraggio?  

La verità è per me un tema molto importante che guida la mia necessità di scrivere. È un’esigenza di autenticità e di scoperta di sé stessi e degli altri. Mettere a nudo le proprie emozioni richiede coraggio e un bisogno di instaurare una comunicazione profonda con i lettori. I fatti che racconto in queste storie sono tutti inventati, come i personaggi che ne sono protagonisti ma le emozioni sono tutte vere, nel senso che racconto sentimenti che conosco, non perché li abbia vissuti necessariamente nella situazione che descrivo ma fanno parte dell’estensione della mia gamma emotiva. La fiction, la finzione narrativa, mi è servita proprio per creare un filtro e trovare la giusta distanza per accedere alla mia verità interiore. D’altronde sin dall’antica Grecia gli attori coprivano il proprio viso con una maschera per andare in scena. Questo ruolo è ora svolto dal personaggio che si interpreta o racconta in una storia.

4) Nei racconti vi sono degli elementi ricorrenti: il corpo fisico come luogo dove si esprimono le emozioni, e le mani in particolare; la casa sempre molto presente come il palcoscenico di sensazioni e ricordi che influiscono sul nostro essere; ed infine i gatti. Che ruolo hanno?

Le sensazioni fisiche, il tatto in particolare mi hanno aiutato ad ancorare i racconti alla realtà fisica, materiale. L’assenza, nella mia esperienza, è soprattutto la storia di un corpo che scompare. Anche i sogni o le cose che si sono desiderate e non si realizzano hanno una sostanza concreta, difficilmente astratta. Non si tratta di idee come “l’amore”, “l’amicizia”, “il successo sociale”, ma quella persona specifica che amavi o a cui volevi bene e gli aspetti concreti che demarcano per qualuno un traguardo professionale e il riscatto socioeconomico che può cercare ad esempio una donna immigrata nel nostro paese, nel racconto “La gallina”.
Nel libro, come dicevi, in alcuni racconti compaiono dei gatti che passano e vanno via. Sono comparsi autonomamente senza che ci fosse un fine prestabilito o che avessero una funzione narrativa specifica, di cui io fossi consapevole. Nelle progressive stesure del testo mi sono resa conto che rappresentavano quel qualcosa di inafferrabile che è appunto la verità, qualcosa che si intravede con la coda dell’occhio e non si può mai possedere e afferrare una volta per tutte.

(A cura di Duccio Pedercini)

Giulia Lombardo,  Te l’ho detto di notte, Catartica Edizioni, Sassari, 2025

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