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Juliovernia Social: “Giacomo Giacomo” di Giuseppe Pulina (estratto, video e recensione)



Benvenuti alla quinta puntata di Juliovernia Social! Michela Magliona ci introduce alla lettura del volume Giacomo Giacomo di Giuseppe Pulina (Maxottantotto edizioni).  
Nell’articolo:
Un estratto del libro e il collegamento al video con la lettura dellattrice dellActors Lab Benedetta Pisano.

Estratto
«Giacomo declama Leo…
Il citazionista
Mettiamola così: se non rispetti gli standard, sei uno fuori corso. Un residuo, uno scarto, un’offesa per l’umanità seriale. La parola giusta sarebbe “spostato”. Rende bene l’idea: un non allineato, un fuori posto, una presenza spuria, indesiderata, inattesa, sgradita, sconveniente, un aborto mancato, un doppio zero, una nullità. Tutto questo è stato Leo, compagno di liceo per due anni, un invisibile, un campione di paure e grandezze che si sarebbe potuto trovare a suo agio in un anime di Miyazaki, con quella mole da mezzo lottatore di sumo che solo un’immaginazione esagerata, capace di farsi largo in un mare di flaccida obesità, potrebbe a fatica disegnare. Leo era un manga che solo di rado usciva dalla sua dimensione fumetto per animarsi e che, per essere capito, doveva essere realmente letto da destra a sinistra, partendo dalla fine, dalle cose fatte, ultime, sperando così di poter risalire al principio.
Non ho mai capito quale potesse essere stato per Leo il principio di tutto. Forse, per lui, le cose sono state così da sempre. Mai facili e sempre terribilmente complicate. Quel fisico da balena buona doveva averlo avuto sin da bambino, trascinandoselo sul groppone sino al liceo.
Leo era il diminutivo di Leopoldo, nome troppo sfarzoso per uno che non voleva dare nell’occhio, anche se, come ho imparato a credere, i nomi non vengono a caso.
“Leopoldo” era un nome fuori corso, proprio come Leo, che in quel nome vedeva il contrassegno anagrafico di un destino beffardo. In qualche modo, sin dalla nascita, qualcuno in casa lo aveva destinato a una vita da Leopoldo. Avrebbe potuto cambiare nome, come fanno 
molti, ma quel nome, per Leo, era come una cicatrice incancellabile sulla pelle. La necessità di adattarsi alle circostanze, di limitare i danni davanti alle disfatte, aveva fatto di lui un cronico fatalista, e, quindi, anche quel nome ingrato era diventato il risultato di un disegno incontrastabile. Se glielo avevano affibbiato era perché, tutto sommato, se lo meritava. Ci aveva fatto l’abitudine, tanto da dire che non lo avrebbe cambiato per nessun altro nome al mondo. “I nomi fanno pendant con chi li porta”, diceva, e questa è sempre stata la sua più grande verità.
Leo sapeva che io potevo comprenderlo. Quelli come lui non erano mai stati un mistero.
Riuscivo a capirli perché, tutto sommato, ero fatto della stessa pasta. Oltre un certo limite però la comprensione non poteva spingersi, perché si entrava in una zona grigia dove ogni passo in avanti sarebbe stato un azzardo. Nella testa di quelli come Leo è tutto un campo minato. Chi somiglia a un bonzo – e Leo ha sempre dato l’impressione di un placido Buddha sovrappeso – deve avere dentro un inferno schiumoso. Se questo non abbatte la diga, rimanendo accucciato nelle viscere-argine della coscienza, sarà solo per l’effetto delle massicce dosi di antidepressivo che circolano nel sangue. Prozac come napalm per fare terra bruciata dei cattivi pensieri che infettano l’umore. Niente di più di un mistificatore chimico per tenersi a bada e non nuocere oltremodo a chi ha la ventura di gravitarti attorno.
C’era del prodigioso in Leo. Riusciva persino a sublimare la mia misantropia. Ho odiato l’umanità per lui, e ho odiato lui perché non faceva nulla per non farsi odiare. Aveva issato bandiera bianca e accettato una resa incondizionata di fronte alla vita. Lo aveva fatto anche in classe, scrollando le spalle davanti alle più macroscopiche meschinità. La sua vocazione all’isolamento esaltava l’ostracismo del gruppo. Se qualcuno veniva invitato (scena davvero miserevole) ad occupare lo stesso banco, non nascondeva, tra risatine e smorfie di disgusto, la sua contrarietà, trovando presto modo e tempo per cambiare posto. Gli insegnanti sapevano e non potevano, certo, costringere nessuno a fare compagnia a Leo. Avrebbero potuto pretenderlo mascherando il gesto sotto la forma di una più o meno meritata coercizione. Se lo avessero fatto, e c’era chi lo avrebbe fatto volentieri, avrebbero trasformato il banco di Leo in una Cayenna, un luogo per reietti, dove mandare i fetenti che hanno piccole o grandi colpe da espiare. Un bagno penale a uso e consumo del prof di turno.
Leo non piaceva perché, dicevano, puzzava. C’era del vero, ma era altrettanto vero che Leo non puzzava più di tanti altri. Grasso e grosso com’era, in certe giornate sudava dannatamente, e più si idratava e beveva, più le gocce di sudore prendevano la forma di grosse chiazze che gli si appiccicavano alla pelle. La sua taglia forte veniva soddisfatta da grandi magliette elastiche, pur essendo evidente che una buona camicia extralarge, assorbendo e nascondendo meglio il sudore, gli sarebbe stata più utile.
Per nessuna ragione al mondo Leo avrebbe però rinunciato alle sue t-shirt. Doveva averne gli armadi strapieni e forse, una volta smesse, se ne liberava per sempre. Era un’abitudine decisamente costosa per le mie tasche, visto che ne indossava anche più di una nuova al giorno.
Quella che sembrava una necessità dettata dagli effetti strabordanti di una sudorazione fuori controllo era in realtà una questione di stile. Leo non faceva sfoggio di magliette, non si divertiva, come un arcobaleno dispettoso, a cambiare tinta ogni volta e a fare anche in inverno la figura del ghiacciolo strafatto di coloranti. Leo parlava per mezzo delle sue t-shirt, viveva di citazioni, queste erano il suo codice. Riduceva al minimo indispensabile quello che aveva da dire perché credeva nella potenza annientatrice delle parole. Troppe volte, queste, devono avere picchiato duro sulla sua testa, costringendolo a ripiegare in un angolo, a farsi da parte per leccare le ferite. Le parole andavano usate, potevano essere una valida contromisura, un buon  repellente per mettere in guardia gli altri e tenere le distanze. Andavano usate con il giusto tono del sentenziatore, con la solennità di un predicatore muto o la sinistra autorevolezza di un inquisitore pronto a dispensare l’ultimo consiglio prima del patibolo.
Avevo capito presto che a confezionare quelle magliette era lo stesso Leo. Era lui che sceglieva il tessuto, i colori e, soprattutto, le parole. Leo si citava. Con una frase al giorno faceva pace con il mondo suscitandone la sorda reazione. Provocava la lettura e lasciava 
interdetto chi leggeva. In tutto questo c’era il gusto di una sottile derisione con la quale ricambiava i torti che riteneva di avere subito. “Non mi capisci – doveva essersi detto infinite volte – non mi vuoi intendere, non vuoi proprio saperne di me? E allora questo è per te; non è un enigma, sono semplici parole; prova a intenderle, se ci riesci”. Ho perso il conto e la memoria delle tante citazioni che in soli due anni di scuola è stato in grado di inventare e sfoggiare, ma ce ne sono state alcune che mi viene facile ricordare. “La vita è una frase fatta”, era una di quelle e delle mie preferite. “Dimmi chi sei e ti dirò chi non sono”, è stata una delle più sibilline e autobiografiche. “Chi sono io per dire chi sono?”, blasfemia allo stato puro resa in parole che solo un dio smemorato potrebbe pronunciare. “Sfiga! A che pro una vita con troppe consonanti?”, doveva essere stata la frase di un sogno da camerata infoiato durato una sola notte. E ce n’era una ancora che avrebbe mandato su tutte le furie il prof di filosofia perché prendeva per il bavero il suo amato Nietzsche: “Se ci vuole un grande caos dentro di sé per generare una stella danzante, chi mi caverà fuori da questo buco nero?”. Ovviamente nera, con lettere bianco gesso, stile t-shirt commemorativa di qualche macabra festa paesana della birra, la maglietta contenente l’irriverente omaggio a Zarathustra faceva il suo effetto. Ma era un effetto dai secondi contati, troppo rapido per lasciare il segno.
Voluminoso come un grosso meteorite piovuto giù dal cielo, Leo, delle stelle, aveva solo il fatuo bagliore. Ha frequentato il liceo sino all’ennesima bocciatura e sino a quando i suoi avevano deciso di trasferirsi in un’altra città, e lui con loro. Aveva cambiato casa, ma difficilmente vita.
»


Leo è un personaggio che inquieta. Un personaggio perduto e troppo vero. Solo e invisibile, nonostante una mole elefantesca che lo potrebbe rendere visibile come una scritta luminosa e lampeggiante nel buio della notte. Invece Leo no.
Tutti lo vedono, ma come un grosso bersaglio che rende facile il gioco. Lo vedono, lo colpiscono e tutto procede come nulla fosse. Persino il nome gli è ostile: Leopoldo. Anche questo aumenta la superficie del bersaglio e lui che forse nonostante tutto è un romantico, cerca di non cadere sotti i colpi del fuoco nemico con l’uso del potere annientatrice della parola. Ma com’è che questa parola non la coglie nessuno? Eppure, ogni giorno, ostinatamente, lui crede nella sua potenza e comunica attraverso delle frasi stampate sulla maglietta sudata che gli aderisce sulla pelle: ne cambia più di una al giorno, senza mai indossarle due volte. Il suo è un urlo disperato a cui il mondo sembra essere totalmente sordo. Che modalità ingenua sceglie Leo, troppo innocua. E di quale brutalità è capace invece l’essere umano quando deride, allontana e schiaccia un suo simile. Eppure Giuseppe Pulina mette in scena un personaggio reale (ce ne sono tanti come lui), un personaggio che a mio avviso avrebbe da raccontare molto se solo qualcuno lo ascoltasse e riuscisse ad andare oltre gli strati di grasso che lo avvolgono come un manto protettore o forse come una condanna. Ma c’è una riflessione che mi viene immediata ed è la mancanza di empatia di una società crudele. È una domanda che mi faccio da quando sono piccola e non ha ancora trovato risposta: com’è possibile infierire su qualcuno senza provare compassione? Come si può godere del dolore e dell’umiliazione di qualcuno che tra altro non fa male a nessuno? Questo piccolo estratto di romanzo ci descrive perfettamente la cattiveria spogliata di ogni umanità. E anche Giacomo sembra provare una sorta di rabbia nei suoi confronti, per il fatto che non si ribella come ci si aspetta, che Leo quasi si sia arreso alla sua condizione di bersaglio. Che lotti attraverso la parola. Allora la parola è potente solo quando ferisce? È questo il messaggio? A voi la risposta.

(Michela Magliona)

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