Header Ads

test

Intervista a Fiorenzo Caterini


Fiorenzo Caterini, cagliaritano, classe '65. Scrittore, antropologo e ambientalista, è studioso di storia, natura e cultura della Sardegna. "La Mano Destra della Storia", il suo ultimo libro pubblicato da Carlo Delfino Editore, nel quale affronta l’attuale tema della “demolizione della memoria e il problema storiografico in Sardegna”, conquista il titolo di “libro dell’anno” nella sezione “saggistica” della XII edizione del Premio Letterario Osilo. 

Come è nata l’idea di scrivere un libro sulla storiografia sarda? Cosa (o chi) ti ha spinto a scriverlo e a quale pubblico intende rivolgersi? 
Ho scritto questo libro perché nessuno ancora in Sardegna aveva considerato su di un piano di analisi scientifica il problema storiografico sardo. L’idea che racconto nell’aneddoto iniziale, ovvero che a scuola mio figlio fosse ancora costretto a studiare i nuraghi come costruzioni tronco-coniche con dentro i soldati, senza minimamente prendere in considerazione l’avveniristica architettura e la complessa simbologia di un edificio manifestazione di una cultura per l’epoca rivoluzionaria, è stata la scintilla per lasciare da parte altri studi più generali, relativi alla Sardegna considerata all’interno della disciplina del sistema mondo, e concentrarmi esclusivamente sull’aspetto della storiografia. Non esiste popolo al mondo che non abbia una sua precisa considerazione della propria storia, declinata in ambito popolare in termini idealizzati e mitologici, cosa che ai sardi, per le ragioni che spiego nel libro, è stata negata. Ma il libro non è rivolto solo ai sardi e alla loro storia. Sarebbe un errore che ci chiuderebbe ancora di più in noi stessi. Il libro critica gli stessi processi storiografici specie nella loro traduzione dal testo alla divulgazioneÈ rivolto a tutti gli studenti e gli uomini e donne di cultura di questa parte di mondo alla quale è stata negata una storia, quella antica della Sardegna, che in realtà è storia di tutti, perché pienamente inserita come centro propulsore nella storia antica del Mediterraneo e dell’Europa occidentale. 

Il tuo libro tratta uno dei temi che più animano il dibattito politico-culturale in Sardegna, mettendo sostanzialmente in discussione la storiografia ufficiale, la quale tende a identificare la storia millenaria dell’isola come una “storia minore”, di scarsa rilevanza. È proprio contro la storiografia ufficiale vanno a scontrarsi i tuoi studi, i quali svelano l’esistenza di un interesse politico ed economico da parte di chi fino ad oggi quella storia l’ha raccontata, favorendo, sia sul piano politico che su quello culturale, lo sfruttamento delle risorse dell’isola, favorendo un certo tipo di industria e l’occupazione militare. Come è stata accolta la tua opera dagli storici e negli ambienti istituzionali? 
Esattamente come mi aspettavo: con indifferenza, direi, anche se alcuni episodi mi hanno fatto pensare ad una vera e propria ostilità da parte di certi ambienti, in un argomento che da diversi anni ormai mostra degli aspetti di accesa, persino scabrosa, conflittualità. Il libro, infatti, analizza i condizionamenti politici, derivanti dai processi di nazionalizzazione culturale, e i condizionamenti economici, perché i flussi finanziari creano sempre flussi egemonici culturali che pesano sui luoghi di produzione storiografici. Ma soprattutto traccia lo stato degli studi attuale, che è piuttosto univoco, monolitico, una sorta di difesa d’ufficio della tradizione conservativa storiografica. Il problema storiografico sardo, infatti, nell’accademia, sia in ambito antropologico, ovvero negli studi sulle problematiche dell’identità legata ai fatti storici, sia in ambito storico e archeologico, si risolve con alcune parole d’ordine: deriva identitaria, contrappresentismo, mitopoiesi, con il ripetuto richiamo all’episodio delle false Carte d’Arborea, accompagnate da accuse di strumentalizzazione politica e mercantile e prostituzione intellettuale verso chiunque accenni ad una visione meno riduzionista della storia sarda. Lo stato attuale degli studi nega di fatto l’esistenza di un problema storiografico in Sardegna. In pratica si sostiene che il desiderio popolare di rivalutazione della storia sarda, specie quella antica, è una costruzione artefatta, un’invenzione, un rifugio in un passato mitizzato per compensare le delusioni del presente, o un voler cavalcare l’onda indipendentista. 

Questa prospettiva si sostiene, invero, ricorrendo sovente ad alcuni testi di riferimento che derivano dalla corrente di pensiero che negli ultimi decenni del secolo scorso ha imperversato nelle scienze umane, il “decostruzionismo”, ove si pongono in discussione la fissità di alcuni concetti costitutivi della realtà. Un approccio metodologico interessante ma che applicato al caso sardo denota da tempo i suoi limiti avendo ormai esaurito abbondantemente la sua funzione innovativa. Il mio studio, infatti, ha evidenziato una cosa fondamentale, rispetto a questa prospettiva: che gli studi di riferimento della prospettiva decostruzionista sulle problematiche storiografiche e identitarie(si pensi ad autori come lo storico Eric Hobsbawm, o agli studi di Benedict Anderson sulle “comunità immaginate”, o ai lavori antropologici di J-L Amselle, o storici sulla “memoria culturale” di Jan Asmann, e tanti altri) riguardano la capacità degli stati – nazione di inventare e costruire gli elementi fondanti della nazionalizzazione culturale, come la lingua e la storia, prerogative che invece non sono date alla minoranza etnica o alla località. Per costruire una storia, una identità, una tradizione, occorrono degli strumenti (scuola, mass-media, forze armate, amministrazione della giustizia, moneta, ecc.) che genericamente sono in capo allo stato nazione. In pratica si è considerato un pacchetto teorico applicandolo indebitamente all’oggetto anziché al soggetto, invertendo i rapporti di causa ed effetto, ribaltando così l’esito, trasformando la vittima in carnefice, la resistenza in costruzione. La dimostrazione più evidente avviene grazie ad una semplice analisi dei libri di testo e dei programmi ministeriali di storia e geografia. La mia posizione è pertanto isolata, se escludiamo la contestata “dottrina della statualità” del decano degli storici sardi, il Professor Francesco Cesare Casula, che recentemente ha presentato il mio libro a Cagliari presso l’associazione Nurnet. Tuttavia i miei studi si pongono in una continuità, anche se dialettica, con l’eredità di studiosi come Carta-Raspi, Michelangelo Pira, Placido Cherchi. Cioè quel filone culturale che in discussione con l’accademia ha considerato la Sardegna nel suo rapporto subalterno con lo stato italiano. Sotto questo punto di vista centrale è risultato per il mio studio, oltre ovviamente al concetto di “egemonia culturale” di Antonio Gramsci, il concetto di “etnocentrismo difensivo” di Placido Cherchi. 

Per questo non mi ha sorpreso l’indifferenza dell’accademia. Perché ormai ho dimostrato che tutta la teoria che risolve, negandolo, il problema storiografico sardo, è parziale. Una amica mi ha detto che ci vorranno 20 anni prima che il mio libro entri all’università, ma secondo me era ottimista. 

Il tuo libro è stato pubblicato nel 2017 da Carlo Delfino Editore. Oltre all’importante riconoscimento del Premio Letterario Osilo, ha trovato spazio nelle numerose kermesse letterarie che ogni anno si svolgono in Sardegna o c’è, in alcuni luoghi, la tendenza a tenere lontani argomenti scomodi? 
Il libro uscito appena un anno fa si avvia alla terza ristampa, e ha avuto oltre ad uno straordinario successo di pubblico, con oltre 30 presentazioni in giro per la Sardegna, anche il rilievo positivo di numerosi osservatori, appassionati e intellettuali. Dispiace la censura dei mezzi di informazione locali, con situazioni davvero imbarazzanti, tipo interviste pronte ad uscire che spariscono nel nulla, e altre situazioni dove il mio libro scompare come con una bacchetta magica. Ma è evidente che vi sono in Sardegna profondi retaggi culturali rispetto alla rivalutazione di tutto quello che è cultura, tradizione e storia, con pressioni che giungono dal mondo della cultura ufficiale e anche da altri ambienti “innominabili”, che interferiscono pesantemente sui processi di divulgazione del sapere. E’ la “vergogna di sé”, come la definiva Placido Cherchi, alla quale si aggiungono resistenze nazionaliste e spinte corporative. Prendo a prestito una definizione del Professor Ranieri che da anni si batte per gli scavi a Mont’e Prama, il quale, durante un convegno a Villanovaforru in cui ero relatore, ha parlato di conflitto tra il “potere” il “sapere”. E la storia, come vado dicendo spesso, è uno straordinario strumento di potere. 

Cosa dovrebbero fare secondo te le istituzioni sarde per recuperare la memoria storica di questa terra e valorizzare l’immenso patrimonio culturale di cui dispone? 
Crederci. Prendere consapevolezza che siamo seduti su una miniera d’oro, e che i luoghi più visitati al mondo sono i luoghi della storia, dalla Grande Muraglia Cinese a Pompei, dal Colosseo e Stonehenge, dalle Grandi Piramidi all’Esercito di Terracotta. Crederci significa promozione e divulgazione. Io personalmente credo molto nella promozione dell’isola come luogo della storia antica, puntando sull’idea che le antichità mirabili e diffuse dell’isola non sono un ramo secco della storia. Spesso i visitatori si meravigliano della suggestione e della bellezza dei monumenti antichi dell’isola, ma soprattutto si meravigliano del fatto che sono praticamente sconosciuti. Non sanno che in Sardegna si è abbattuta prepotente la scure dell’oscurantismo che ancora produce risultati nefasti, soprattutto per l’economia e per l’occupazione. Io credo molto nel monumento di grande richiamo, come potrebbe essere un parco archeologico a Mont’e Prama, o di percorsi strutturati che portino i visitatori a conoscere il grande fascino del patrimonio archeologico sardo. Occorrono idee forti, anche se il problema è profondamente culturale ed è “embedded”, incorporato nella società, perché, come sostiene Ulf Hannerz, “coloro che hanno un orientamento più deciso verso i centri sia globali che nazionali sono anche quelli che ottengono più potere e prestigio”. E i centri di quel “potere” guardano altrove rispetto ad una giusta considerazione della storia sarda.

Intervista di Giovanni Fara.