
Su queste pagine ci siamo occupati più volte di Palestina e del genocidio in corso a Gaza. Oggi torniamo ancora una volta sull’argomento per sostenere un’iniziativa importante: la Global Sumud Flotilla. La parola araba Sumud (صمود) significa fermezza, resilienza e perseveranza: rappresenta la volontà del popolo palestinese di resistere, sopravvivere e mantenere la propria identità nonostante le difficoltà. Proprio da questo principio prende il nome la flottiglia, simbolo di solidarietà concreta verso Gaza. I porti di partenza confermati sono Genova, con diverse imbarcazioni cariche di aiuti e attivisti in partenza il 31 agosto; la Sicilia, con soste e partenze da porti specifici come Catania e Augusta, previste il 4 settembre, che si uniranno successivamente alla flottiglia; Barcellona, nello stesso giorno, come parte della flotta occidentale; e Tunisi, il 4 settembre, insieme ad altri porti del Nord Africa per la flotta orientale. Questi quattro punti nel Mediterraneo rappresentano i principali snodi della missione, che vedrà la convergenza delle imbarcazioni verso Gaza con l’obiettivo di rompere il blocco navale imposto da Israele. L’azione è coordinata da più movimenti e organizzazioni internazionali, con la partecipazione di migliaia di persone provenienti da decine di Paesi diversi. È bene ricordare che oggi nessuno può raggiungere la Striscia di Gaza dall’esterno, e questo rende l’iniziativa ancora più significativa.
La Global Sumud Flotilla è la stessa organizzazione che in passato aveva dato vita alla marcia verso Gaza dall’Egitto e alla marcia su Rafah. Doveroso ricordare anche il precedente tentativo, composto però da una singola nave con a bordo poche persone, fra cui Greta Thunberg e l’europarlamentare di origine palestinese Tima Kurdi. L’imbarcazione fu fermata tra l’8 e il 9 giugno 2025 in acque internazionali, rimorchiata ad Ashdod, e l’equipaggio fu detenuto prima di essere rimpatriato. L’operazione servì a dare visibilità al tema, ma si rivelò inevitabilmente inefficace: con una sola nave era ovvio che sarebbero stati fermati dalla Guardia costiera israeliana.
L’obiettivo ora è partire con 50 barche che ospiteranno circa 500 persone per cercare di rompere davvero l’assedio.
Considerato che i governi di tutto il mondo si disinteressano delle sorti del popolo palestinese e non muovono un dito per interrompere l’embargo, è probabile che la maggior parte di queste imbarcazioni non riesca mai a raggiungere Gaza, perché Israele le fermerà comunque, forte dell’indifferenza dei governi di mezzo mondo rispetto a quanto sta accadendo in Palestina. Ma la portata dell’iniziativa è enorme e ha risvolti importanti e imprevedibili. Intanto perché mette in evidenza diverse questioni cruciali: le persone coinvolte provengono da ottanta Paesi diversi, e sarà la più grande missione umanitaria civile mai esistita, una missione che contesta apertamente il lassismo dei governi, ne mette a nudo debolezza e ipocrisia, e tenta realmente di spezzare l’embargo. Occorre comprendere come reagiranno Israele e i governi coinvolti.
Qui entra in gioco il piano legale: queste barche sfrutteranno il “diritto marittimo e non quello internazionale”. Questo significa che rivendicheranno la libertà di navigazione delle imbarcazioni civili anche in presenza di blocchi militari, appellandosi a diritti universali di passaggio sicuro e libera navigazione, in teoria non contestabili, cercando di affermare che il blocco israeliano non abbia una giustificazione giuridica. Questo significa che Israele – in linea teorica – non potrà comportarsi con queste barche come fa con le navi mandate da governi ufficiali, e l’operazione, coinvolgendo persone di ottanta nazionalità diverse, renderà impossibile ridurre il tutto a uno scontro bilaterale: Israele dovrà fare i conti non con un singolo Paese, ma con decine di Stati di origine dei partecipanti.
L’impresa comporta numerosi rischi e non sarà certamente una passeggiata. Israele ha già sparato in altre occasioni contro imbarcazioni umanitarie dirette a Gaza, uccidendo attivisti a bordo. Il caso più noto è quello della Freedom Flotilla del 31 maggio 2010, quando la nave turca Mavi Marmara fu intercettata in acque internazionali da forze speciali israeliane. Nell’assalto morirono nove attivisti turchi e un altro nei giorni successivi a causa delle ferite, mentre ci furono numerosi feriti sia tra gli attivisti sia tra i militari israeliani. Israele giustificò l’azione sostenendo che alcuni attivisti avessero attaccato i soldati con armi di fortuna e che l’intervento fosse necessario per far rispettare il blocco navale. È la solita tecnica: Israele si presenta come vittima per legittimare la violenza, trasformando il vittimismo in uno scudo che gli consente di commettere crimini e restare impunito.
Chi partecipa alla Global Sumud Flotilla si espone quindi a rischi reali e diversi a seconda del Paese di provenienza. Chi proviene da Paesi del Medio Oriente o del Nordafrica affronterà rischi elevati, poiché i rapporti diplomatici fra Israele e i vari Stati sono diversi e condizionati anche da condizioni politiche interne ai singoli Paesi.
Cosa possiamo fare noi per cercare di garantire l’incolumità a tutti i partecipanti? Tenere alta l’attenzione sull’iniziativa, fortemente ridimensionata se non del tutto oscurata dai media ufficiali.
Di fronte a tutto questo, una cosa è chiara: a livello civile abbiamo il dovere di agire dal basso. Indielibri sostiene la Global Sumud Flotilla e invita tutti a diffondere notizie, articoli e video, tenere alta l’attenzione e contribuire a dare visibilità a questa impresa. La missione non è una semplice traversata verso Gaza, ma una sfida alla passività dei governi, un gesto di solidarietà concreta e una speranza per chi da anni vive sotto assedio e sotto la minaccia di pulizia etnica e violenze inarrestabili.






