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Il diritto alla cazzata e il suo contesto


di Franco Sardo
La questione Michela Murgia - Battiato (lei scherzava, lo adora, era un gioco retorico) è lungi dal potersi liquidare con un "ci siete cascati" o "non sono stata capita". Al di là del fatto che mentire è un gioco retorico, e se tu menti senza dare alcuna indicazione puoi ovviamente far credere ogni cosa, perciò il gioco retorico alla fine si riduce a mentire, e l'antilogia finché non si esplicita non è tale. Niente di male, ci sta, però insomma, un minimo di consapevolezza in più rispetto agli effetti del proprio comunicare chi lavora e vive di comunicazione a parer mio potrebbe averli. Chiariamoci: siamo anni luce lontani dalla prima pagina del Male con Tognazzi e il "diritto alla cazzata". Sia perché qui parliamo di cose futili, e quindi il gioco retorico assume anche meno valore (l'obbiettivo è più basso, quindi il costo è considerato più alto), sia perché in questo caso non preesisteva un contesto adatto. 
E qui ci riportiamo alla questione che trovo fondamentale, dal punto di vista delle dinamiche comunicative, degli ultimi anni: il contesto. E lo è, il contesto, tanto fondamentale, perché la tecnologia più dirompente di cui disponiamo oggi e non ieri, cioè internet, lavora principalmente e propriamente sul suo scardinamento. Anzi, potremmo dire che la tecnologia tout court lavora in questa direzione. Ma tant'è, prendiamola come novità, come accelerazione di un fenomeno. Non il messaggio dunque, ci diciamo sempre le stesse cose, non la forma tecnica, al di là del suo "dialetto" quando siamo online usiamo sempre la lingua che conosciamo: internet ha messo in crisi i contesti, consentendo in un secondo ogni tipo di estrapolazione e di interpolazione.
Ma internet da solo non fa nulla, non è internet che agisce. Siamo noi che estrapoliamo e interpoliamo. Siamo noi che nella stessa bacheca condividiamo cucciolotti, menzogne razziste e ricette per gli gnocchi. Siamo noi insomma che, grazie agli spazi totalmente divincolati e virtualizzati (per usare un termine ormai anziano) ci manifestiamo in una miriade di forme, andando a occupare ogni vuoto, e internet, come fosse un nuovo continente, è ancora pieno di vuoto. E non solo un vuoto assoluto, spazio fisico o virtuale bianco da completare (come la barra dei tweet o dei post), ma principalmente un vuoto relativo a noi: perché siamo tutti avvocati, economisti, allenatori e scienziati della comunicazione? Perché non lo siamo. Quegli spazi noi li percepiamo vuoti di noi stessi, gli stimoli che riceviamo richiedono l'occupazione di quegli spazi (come fai a parlare degli Eurobond senza apparire un economista allo sbaraglio?) e perciò li andiamo ad occupare. La nostra missione è dire la nostra, dare il nostro (questo anche ovviamente chi esperto di una cosa lo è, per questo ci si coinvolge tutti), occupare il vuoto, soddisfare l'aspettativa, mutare forma continuamente a seconda di ciò che il gruppo (la bolla, l'opinione pubblica, i media) sta trattando in quel momento, al di là della propria preparazione e aldilà di cosa il nostro intervento è capace di comunicare. L'ansia di esclusione sociale, in un ambiente sociale mediatico che muore e rinasce ogni giorno, è talmente forte che "il resto scompare". Non è niente di nuovo, il punto è che se prima queste nostre parole "sociali" restavano aria e svanivano tra i fumi di un bar, di un salotto, di una piazza, in una "morte del giorno" effettiva, un oblio quasi totale, internet cambia le carte in tavola, mantenendo per un discreto lasso di tempo memoria di tutto ciò che avviene al suo interno. Su internet siamo capaci di parlare per giorni di una sciocchezza, molto più che dal vivo, perché qui le nostre parole, come goccioline di nebbia, non volano via, restano sospese, riprendibili, e soprattutto estrapolabili da un'infinità "infisica" di persone in uno stesso luogo.
Questa dinamica, dopo circa 10 anni di utilizzo massiccio di internet e social media da parte di una fetta maggioritaria della popolazione dovrebbe essere chiara e consapevole, almeno per gli addetti ai lavori. Ciò che si dice su internet può essere preso e portato da un'altra parte. Fai una battuta stupida in un video di amici? Può finire in un gruppo politico che ti addita come esempio di idiozia. Giri un filmato erotico? Potrebbe finire in una chat o un sito porno. Questo ovviamente succede tanto più la tua posizione iniziale è rilevante. Anche se non è il solo parametro di riferimento: l'eccezionalità del contenuto è il primo elemento da considerare. Tanto più un contenuto è "carico" informativamente ed emotivamente (fa molto ridere, fa molto riflettere, fa molto indignare, fa molto eccitare, fa molto stupire etc...) tanto più sarà probabile la sua diffusione "virale". Siamo sensibili alle emozioni, a volte le cerchiamo proprio, è il nostro dna comportamentale su cui gli oggetti culturali si attaccano, si diffondono e da cui proliferano attraverso di noi.
Perciò, per tornare alla boutade di Michela Murgia, la questione che si solleva è: si era consapevoli che data la popolarità dell'autrice (e la polarizzazione del personaggio, che giustamente si pone in termini critici rispetto alla società in cui vive, e ciò inevitabilmente pone la società in cui vive in termini critici su di lei, ha un certo peso ovviamente in questo computo) farle dire delle cose così "eccezionali" avrebbe suscitato quel clamore? Perché non ci voleva un genio per saperlo. Se domani un qualsiasi "vip" su cui si è investito emotivamente dovesse criticare aspramente un qualsiasi altro "vip" dalla medesima caratura, o superiore, il risultato sarebbe identico. Perché se questo era consapevole allora c'è del dolo, ed era una pura provocazione, una sorta di frustata emotiva. Ricordiamo che siamo in un periodo particolare, viviamo un momento che sta mettendo in crisi parecchie cose e persone. Sobillare in questo modo rischia di essere veramente un freddo esercizio retorico sadico. Seppure, ricordiamoci, in questo caso parliamo veramente di "minchiate". Ma qui rileva la dinamica, non la grandezza.
E poi, ultimo ma più importante: se questo non era un processo consapevole, ma ci si appellava allo scherzo come depotenziamento comunicativo (funziona, e funziona sempre, anche a posteriori, alcuni comunicatori ci hanno basato le loro strategie su questi ballon d'essai) perché non ci si è nemmeno posti il problema del contesto in cui lo si faceva? Perché, appunto, i contesti sono disintegrati. E siamo noi a farlo, a volerlo fare, per di più. Non solo un oggetto può essere preso da un luogo e portato in un altro, causando una sua "deflagrazione", ma allo stesso tempo si può produrre un contenuto originale a prescindere dalla qualità del contesto in cui si opera. Le dichiarazioni di Salvini, così inappropriate per un leader politico, forse non stonerebbero in bocca all'uomo della strada, non tanto quanto in bocca a Salvini. Questo perché la consapevolezza del contesto è scomparsa, ogni cosa si pensa di poterla prendere e avere "di per sé", oggettivizzandola, "è solo un'opinione", "é solo uno scherzo", cioè sradicandola dall'ambiente di interazioni in cui gli altri esistono, operano, metabolizzano e reagiscono. Le parole della Murgia, in bocca a Martina dell'Ombra avrebbero fatto sì solo ridere, al più. Questo perché passare da un contesto di verità a un contesto di menzogna non è come attraversare la porta di una camera in casa. Assomiglia più a cambiare casa, anzi, a cambiare paese. Ovviamente queste operazioni, per esempio le parole di Salvini, non lasciano il contesto tale quale è: lo rimodellano, come tutto, sempre. Perciò ci abituiamo al fatto che un politico parli in un determinato modo.
Laddove la finzione si maschera da realtà al di fuori del contesto, drammaticamente diremmo del palco (e il palco è il contesto più chiaro, l'arte si basa sull'esistenza del palco, fisico o figurato che sia) la realtà e la finzione confondono i loro effetti: si entra nel mondo della truffa e della menzogna. Un ladro che dicesse, con le mani nel sacco, "ma sì, scherzavo, avrei restituito tutto" non verrebbe creduto, fosse anche vero. Perché se c'è una cosa che permette, prima di ogni etica e morale comunitaria, la coesistenza di una pluralità di individui è propriamente la condivisione della definizione dello spazio di realtà, di finzione e di menzogna. Tre ambienti contigui, ma che richiedono separazione, altrimenti non si può dare comunicazione, non si può dare un noi. Su cui, attenzione, si può anche agire, manipolandoli, i bambini crescono manipolando proprio questi spazi, ma va fatto in maniera per così dire "dolce", altrimenti quello che resta è solo l'urto, che lascia un segno.
Questo, in un'epoca in cui media e istituzioni sembrano allarmarsi per le cosiddette fake news, per poi produrre sempre e il più possibile contenuti deformati all'opportuno, dovrebbe essere estremamente chiaro a chi si occupa di comunicazione, e perciò di arte. Dovrebbe essere non l'obbiettivo, ma la base di ogni agire comunicativo, se veramente si vuole che il proprio agire sia in una posizione critica rispetto alla condizione comune. Altrimenti la si sta semplicemente assecondando, traendone dei piccoli vantaggi, a discapito della coesione comunicativa fra gli individui.
Ovviamente questo non riguarda necessariamente il caso in questione, ma la direzione è esattamente quella. Personalmente mi auguro che ci sia una finzione di maggiore qualità, che le menzogne siano relegate alle eccezioni anticooperative, e che si possa tentare (è sempre e solo un tentativo, un'attitudine, mai una realizzazione) di condividere uno spazio comunicativo il più ampio possibile. Altrimenti, nella strada per il riconoscimento dell'altro, staremo alzando un muro di diffidenza, di sospetto, di cui così, a naso, oggi, non mi sembra ci sia particolare carenza.