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Intervista a Marco Demurtas su “Juliovernia”


Dopo la recensione uscita la scorsa settimana QUI, incontriamo Marco Demurtas, pedagogista e autore di Juliovernia (Catartica Edizioni), un libro che mescola racconti brevi ed esercizi di scrittura, invitando il lettore a un viaggio introspettivo attraverso memoria, esperienza e creatività. In questa intervista, l’autore racconta come è nata un’opera che è allo stesso tempo personale, educativa ed artistica.

1) Juliovernia mescola racconti brevi e esercizi pratici: come è nata l’idea di combinare narrativa ed esperienze pedagogiche in un unico libro?


Il mio rapporto con la scrittura, il cinema, l’arte e tutte le forme nelle quali mi esprimo come autore, sono strettamente legate alla mia vita. Le mie esperienze, le mie conoscenze, ciò che vedo, che capisco e che credo sia giusto, si esprime sempre nelle mie opere. Io trascorro una gran parte del tempo a contatto col disagio e le mie storie non possono che nascere lì. Ma essendo un educatore, devo anche essere ottimista e concreto per deontologia. Per questo il mio desiderio non è solo quello di raccontare ma vorrei anche fornire delle speranze al lettore, attraverso un mio insegnamento personale. Per me è importante spiegare come sono arrivato a utilizzare la scrittura come terapia e credo che chiunque ci possa provare.

2) Quanto della tua esperienza come Educatore professionale socio-sanitario ha influenzato le storie presenti nel libro?

La mia professione mi stimola a rileggere la mia vita e quella degli altri allo scopo di interpretarla e migliorarla, senza essere mai giudicante. Il mio approccio alla scrittura vuole essere sempre sincero e rispettoso, anche quando mi addentro nelle debolezze umane. Mi piace parlare solo di cose che ho vissuto o che ho visto realmente e quando lo faccio sono sicuro di non sbagliare perché, in un certo senso, gioco in casa e sono conscio di ciò che dico. Se tratto temi come la depressione, il lutto o la tossicodipendenza, non cerco mai la spettacolarizzazione ma amo scavare con sobrietà e dolcezza nell’esistenza umana. È quello che ho imparato dalla mia delicatissima e affascinante professione.

3) La memoria è un elemento centrale: perché, secondo te, è così importante come strumento di introspezione?

La memoria è tutto ciò che abbiamo... ma va saputa guidare. La professione del pedagogista e dello psicologo deve servire a dirigere il pensiero del paziente, fuori dal tunnel del cosiddetto rimuginio con l’obiettivo di renderlo costruttivo. Ricordare, andare in profondità e rivedere il passato, ha lo scopo di riconoscere il presente e programmare il futuro, con uno spirito più critico ma soprattutto ci insegna ad amare maggiormente noi sé stessi. Per questo la scrittura terapeutica sta acquistando un peso sempre maggiore nella cura della salute mentale.

4) Juliovernia è un libro singolare: che tipo di reazioni ha suscitato tra i tuoi lettori?

Chi mi conosceva si è divertito nel rivedere nelle mie storie, un po’ romanzate ma in parte autobiografiche, qualche esperienza condivisa. Molti esperti del settore invece, considerano il mio libro uno strumento didattico per lavorare sull’introspezione e lo utilizzano come strumento di aiuto: una sorta di manuale con le istruzioni d’uso per cercare il benessere interiore. Juliovernia mi ha aiutato a riscoprire me stesso in un periodo in cui mi stavo perdendo e lo fa tutt’ora. È una sorta di amico del cuore che, invisibile, mi accompagna, mi consola e mi tiene compagnia quando sono un po’ giù di morale. Sembra folle ciò che sto dicendo ma percepisco quasi la sua presenza fisica e quando “sto male” scrivo, sempre. La scrittura immersiva, ovvero mettere su carta i propri pensieri, può trasformarsi davvero in qualcosa di prezioso, tenerti compagnia e aiutarti ad elaborare poeticamente i momenti più difficili.

5) Quanto c’è di vero e quanta finzione nel libro?

Il mio lavoro, nello specifico, rientra nella categoria delle autofiction che si differenziano dalle autobiografie e dai memoir, perché pur partendo dalla realtà, hanno un notevole elemento narrativo. L’obiettivo finale non è stato quello di realizzare un mero sfogo o di raccontare la mia vita ma creare un prodotto artistico e commerciale fruibile che rispettasse le regole strutturali e percettive di qualsiasi romanzo o racconto di finzione.

6) C’è una storia tra le 27 che senti particolarmente vicina a te?

Nell’ultimo capitolo ho tirato le somme della mia vita e ho cercato me stesso, quello di oggi. Utilizzando la metafora di Ralph supermaxy eroe, tragicomico, personaggio di un telefilm degli anni ’80 (che non aveva grande dimestichezza coi suoi poteri), ho parlato di me, dei miei fallimenti e della resilienza, cioè di tutto quello che la vita mi ha insegnato e che devo custodire come un tesoro. Tutte le volte che lo rileggo mi viene da piangere ma è un’emozione sana, bellissima, catartica, il vero significato del libro.

7) Il libro è in continuità con il tuo spettacolo show letterario Juliovernia: cosa ti ha lasciato quell’esperienza e pensi di riproporla in scena in futuro?

Juliovernia show letterario
, presentato con grande successo a due edizioni del Salone Internazionale del libro di Torino, ha rappresentato una linea di passaggio fondamentale tra la mia esperienza di regista e quella di scrittore. Un progetto molto affascinante, perché ho avuto il piacere di portare sul palco brani di tanti autori, recitati da attori professionisti, con colonne sonore live dal sapore molto cinematografico. Il tutto cucito in un’oretta di spettacolo. Mi è servito tantissimo per confrontarmi con talentuosi scrittori ed ha rappresentato per me una spinta per realizzare il mio libro. Come tutte le cose belle, certo, se si verificassero i presupposti non escludo che si potrebbe anche ripetere.

8) Hai lavorato anche con il cinema, dirigendo il film Buon Lavoro con Giancarlo Giannini e Alvaro Vitali, recentemente scomparso: che ricordo ti resta di lui e del lavoro sul set?

Alvaro Vitali era una poesia di uomo: buffo ma crepuscolare, a tratti triste ma pieno di umanità. A volte mi chiedo se sia stato lui a non capire bene la vita o se sia stata la vita che non ha capito bene lui. Oltre al set, dove è stato un maestro, ho passato tanto tempo con Alvaro e ci siamo raccontati le nostre vite. A volte, quando qualcuno non gli piaceva, si chiudeva un po’ a riccio ma quando si apriva era un tornado di allegria. Di lui ricordo soprattutto i pranzi e le cene. Davanti a un bel bicchiere di vino e un piatto di spaghetti al sugo, mi ha confidato tanti frammenti di quel suo mondo infantile, burlesco ma anche drammatico che mi resterà sempre nel cuore.

9) Hai maturato esperienze nel teatro, nel cinema e nella scrittura: con quale di queste espressioni artistiche ti senti più a tuo agio? E quali differenze noti nel processo creativo che porta a realizzare un tuo progetto?


Io mio primo amore è il cinema. È più forte di me! Qualsiasi cosa io faccia penso per immagini. Una follia che mi accompagna da quando da ragazzino mi facevo sospendere a scuola perché facevo la “candid camera” alla professoressa di geografia o quando filmavo mio padre in mutande, per farlo incavolare, con le primordiali videocamere VHS. Il teatro mi è servito molto per acquisire la tecnica e padroneggiare bene gli strumenti espressivi dell’improvvisazione in scena. Quando mi sono avvicinato alla scrittura dopo una vita da regista e sceneggiatore, mi sono divertito molto perché ero già allenato a scrivere per immagini. E infatti, forse, anche quando scrivo, lavoro o vivo la mia vita, nella mia testa sto sto solo facendo un nuovo film.

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