
L’Eurovision 2026, che si terrà a Vienna dal 12 al 16 maggio, è già circondato da polemiche con i riflettori puntati sulla partecipazione di Israele. Diversi Paesi, tra cui Irlanda, Slovenia, Islanda, Paesi Bassi e, da ultimo, la Spagna, hanno annunciato che non prenderanno parte alla manifestazione se Israele sarà ammesso.
La posizione della Spagna è particolarmente significativa: membro dei Big Five, cioè i maggiori finanziatori dell’Eurovision con accesso diretto alla finale, Madrid rompe per la prima volta con la tradizione di presenza continuativa e dichiara apertamente che non si può normalizzare un genocidio. Il ministro della Cultura Ernest Urtasun ha espresso chiaramente la volontà di escludere Israele dal concorso, creando un precedente che potrebbe spingere altri Paesi ad assumere la stessa posizione.
Israele, dal canto suo, ha confermato la partecipazione mostrando di non voler prendere in considerazione alcuna critica per i crimini commessi in Palestina. L’emittente pubblica Kan ribadisce che l’Eurovision è un evento culturale e non deve diventare politico. Come se ciò che vediamo ogni giorno a Gaza dovesse restare fuori da ogni contesto che potrebbe mettere in cattiva luce l’immagine di Israele. Ma quello che sta succedendo non è normale e va smascherato a tutti i livelli. L’Unione Europea di Radiodiffusione (EBU), organizzatrice del contest, avrebbe già suggerito la possibilità di un ritiro temporaneo o di una partecipazione sotto bandiera neutrale. Ipotesi rifiutate da Israele, che conferma così l’uso del palcoscenico musicale come strumento di propaganda.
Non è la prima volta che la questione emerge. Già l’edizione 2025, ospitata a Basilea, era stata segnata da forti tensioni. La cantante israeliana Yuval Raphael era stata contestata da decine di manifestanti solidali con il popolo palestinese: cortei nelle strade, bandiere, cartelli contro il massacro a Gaza. Ci sono stati tentativi di interrompere le prove e perfino la finale, con atti simbolici forti come il lancio di vernice rossa a ricordare che il sangue versato a Gaza non si può cancellare sotto le luci dello spettacolo. La polizia era intervenuta con gas lacrimogeni e mezzi antisommossa per disperdere i cortei, in un clima che reprime il dissenso invece di ascoltarlo.
Intanto cresce l’indignazione per le notizie della carestia provocata dal blocco degli aiuti umanitari, per i cecchini che sparano su bambini e civili inermi, per i bombardamenti quotidiani e l’ingresso dell’IDF nella Striscia. Eppure, i governi occidentali hanno reagito solo con timide sanzioni o riconoscimenti simbolici dello Stato di Palestina, senza mai isolare e condannare davvero Israele. Un atteggiamento che stride se paragonato alle misure drastiche prese contro la Russia per l’invasione dell’Ucraina, esclusa da qualsiasi competizione musicale e sportiva: un doppio standard inaccettabile.
Accanto alle proteste, non è mancata la contro-propaganda: piccole manifestazioni organizzate a favore di Israele che cercano di spostare l’attenzione sull’antisemitismo, rovesciando la realtà e ignorando il massacro in corso a Gaza. Ma non c’è alcun antisemitismo nel chiedere giustizia: tantissime figure del mondo ebraico si sono schierate contro quanto accade, tra cui Moni Ovadia, Eyal Sivan, Daniel Barenboim. È la dimostrazione che la denuncia dei crimini israeliani non ha nulla a che fare con l’odio etnico o religioso.
La contestazione e il boicottaggio, in questo clima, sono più che mai necessari. Non si tratta di censurare la musica, ma di impedire che venga strumentalizzata per coprire crimini di guerra. Ogni palco internazionale concesso a Israele è una vetrina che normalizza la violenza quotidiana contro il popolo palestinese.
L’Eurovision, nato come simbolo di pace e unità tra i popoli dopo la Seconda guerra mondiale, rischia oggi di tradire la propria ragion d’essere. Se l’Europa non avrà il coraggio di isolare Israele anche sul piano culturale, il messaggio sarà chiaro: intrattenimento e affari valgono più della giustizia. E soprattutto, si farà un enorme favore alla macchina di propaganda israeliana, che nel 2025 ha stanziato circa 150 milioni di euro per la sua “hasbara”: una campagna massiccia con investimenti pubblicitari e digitali per giustificare le azioni militari e minimizzare le violenze a Gaza.
Ecco perché boicottare l’Eurovision 2026, se Israele sarà presente, non è un gesto simbolico ma un atto concreto. Serve a sgretolare la parvenza di normalità dietro cui Israele si nasconde, mentre bombarda civili inermi e ha già causato la morte di oltre 87.000 persone. E secondo stime più ampie, considerando anche le vittime indirette di fame, malattie e collasso delle infrastrutture, il numero reale potrebbe arrivare a sfiorare i 200.000 morti.
Il silenzio non è più possibile.
(Redazione)







Andrea
D’accordo