L’attacco alla lingua e alla Nazione sarda

Emerge, carsicamente, l’attacco alla “Sardità”, nel suo significato più pregnante. E ancor di più alla Nazione sarda e dell’Indipendentismo. Alla cultura e alla lingua sarda. O se vogliamo semplificare e sintetizzare, alla nostra Identità. E, insieme, la riproposizione della scempiaggine, senza alcun riscontro né fondamento storico-culturale-linguistico, della “Italianità dei Sardi”.

A condurlo una cedda intrea, mescamente de manca, segnatamente quella più ferocemente statalista, non tanto di coloni, ma di autocolonizzati, allocati per lo più nelle Università e nelle Redazioni di Giornali fusionisti. Gli stessi, curiosamente, che tengono bordone ai potenti e che si oppongono, con ferocia, alla Pratobello 2024.

Tra i “negazioniasti” dell’identità sarda c’è un accademico cagliaritano che in un recente saggio ha scritto che “il riconoscimento delle differenze deve preludere al loro superamento”.

In genere coloro che negano l’identità ricorrono a un trucco maldestro: fanno dell’identità una caricatura, per poterla così più facilmente confutare. Ovvero la dipingono come immobile, ferma e ossificata nel passato; riducendola di fatto a una semplice spolveratina di tradizioni seadas e limba, (anzi:dialetti) o a folclorismo macchiettistico becero vieto e banale.

L’Identità invece di cui ragionerò e che dobbiamo sostenere, individuale e collettiva, anche sulla base degli studi più avvertiti, non è una realtà astratta, metastorica, statica, bensì concreta e dinamica: non naviga cioè nei cieli della metafisica ma cammina nella materialità corposa delle vicende e dei processi reali in cui si contamina, si trasforma e si costruisce-ricostruisce.

A mio parere infatti occorre leggere e interpretare l’Identità non con le lenti logore di un’ideologia passatista, ma con un restyling concettuale nuovo e complesso che rifiuta e oltrepassa una improbabile visione museale. Ovvero un’impostazione che riproponga un cliché che la riduce a semplice recupero acritico del passato e delle sue tradizioni o del suo folclore; o a un attributo eterno e immutabile. Provocatoriamente sosterrei anzi che la visione puramente etnografica dell’identità, certifica la morte dell’identità stessa.

E a proposito di “tradizioni” ricordo quanto scritto da Cesare Pavese nella prefazione a Moby Dick, romanzo dello scrittore e poeta statunitense Herman Melville, da lui tradotto in Italiano: “avere una tradizione è men che nulla, è soltanto cercandola che si può viverla”.

E con un aforisma affilato e fulminante, il compositore austriaco Gustav Mahler in qualche modo integra Pavese stesso, scrivendo che “La tradizione deve essere considerata come rigenerazione del fuoco e non come venerazione delle ceneri”.

L’identità dunque si vive, nel segno della contaminazione e dell’appartenenza. L’identità è quella che si trasforma in questione operativa: che diventa progetto e l’appartenenza diventa storia, caricandosi di vita, suscitando conflitti, impegnandosi con le lotte a trasformare il presente e costruire il futuro. Un futuro di prosperità e libertà, autogoverno e autodeterminazione. Indipendenza.

I veri e importanti elementi di identità – ha scritto Salvatore Mannuzzu – che la tradizione ci consegna si perdono se non vengono investiti nell’oggi e nel diverso da noi: in qualcosa che con un termine ambiguo si chiama «il moderno».

Anche se è vero che il moderno non ha portato il paradiso in Sardegna, tra industrializzazioni e programmazioni fallite, (insieme alla cosiddetta Autonomia); riforme agrarie nemmeno partite o comunque abortite, globalizzazioni solo patite, spaventose culture dei consumi, devastazioni ambientali, scolarità degradate, neocolonialismo galoppante: oggi in particolare quello energetico, ma non possiamo mai dinenticare quello culturale e linguistico prima ancora che, in generale, quello economico.

Però hic rhodus, hic salta: questi sono i problemi che è necessario affrontare, non solo in Sardegna, anche se sulla Sardegna hanno un impatto specifico.

Ma per affrontarli sono inadeguate le logiche de su connottu. È infatti giusto vederlo e considerarlo come uno spazio reale e simbolico di garanzia, ricco di valori costituiti dal patrimonio storico, archeologico, artistico, linguistico e culturale; ma non possiamo intenderlo come un semplice aschisòrgiu (tesoro) da custodire e conservare, senza investimento.

L’identità va resa vera e reinventata giorno per giorno, come la vita: sa vida est naschimentu. E il popolo sardo è tutt’altro che compatto: si tratta di rimetterlo faticosamente insieme, con una ricerca collettiva di senso, che batta ogni paese e ogni campagna. Andando anche ben al di là dei confini dell’isola.

E all’accademico cagliaritano ricorderei solo che, per chi non ha identità, per chi non è sé stesso, in sardo nuorese si dice: est unu santu nemos e in sardo meridionale: est comenti a nixunu.

(Francesco Casula)

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