Dalla theorìa, alla praxis, al poiesis. La deriva praticata ad Alghero



di Afshin Kaveh

Il vero è l’intero, e l’intero è un processo
G.W.F. Hegel, La fenomenologia dello Spirito 

Jean-Paul Sartre – per quanto citarlo in apertura di questo breve articolo potrebbe essere forse un torto al sig. Debord che lo detestava aspramente – indicava nella praxis quel passaggio congiunto di «interiorizzazione dell’esterno» e di «esteriorizzazione dell’interno» tipico del processo dialettico[1]. La sera del 20 luglio, in quel di Alghero, si è provato a rendere esperienza concreta quest’unità mobile tra soggettivo e oggettivo, e lo si è fatto attraverso la pratica della deriva, ideata, teorizzata e praticata, nei primi anni ’50 del Novecento, dagli allora giovani lettristi Ivan Chtcheglov e Guy Debord in primis.

Dopo la presentazione della monografia Le ceneri di Guy Debord (Catartica Edizioni, 2020), alla presenza di una quarantina di persone nella suggestiva cornice di Piazza Pino Piras, di fronte alla Res Publica autogestita, un pugno di una quindicina di persone circa, o poco più, ha deciso spontaneamente di passare dal racconto alla pratica e, dopo un rapido scambio di pareri, ci si è incamminati tra i cunicoli del centro storico secondo i consigli di Debord, rinunciando, «per una durata di tempo più o meno lunga, alle ragioni di spostarsi e di agire» che ci sono «generalmente abituali, concernenti le relazioni, i lavori e gli svaghi» che ci sono propri nella vita così com’è organizzata e vissuta nel contesto capitalistico (e nel riflesso di una città-vetrina a misura di turista, come lo è Alghero, gli stimoli banalizzanti possono essere molteplici), «per lasciarsi andare alle sollecitazioni del terreno e degli incontri che vi corrispondono»[2], come degli avventurieri, ridisegnando così gli ambienti che si abitano, mettendoli in discussione per viverli diversamente, facendo propria la prosa di Chtcheglov secondo cui «non prolungheremo le civiltà meccaniche e la fredda architettura che conducono alla fine della corsa verso passatempi annoiati» ma «ci proponiamo d’inventare nuovi scenari mobili»[3]. Eppure il dialogo col contesto che ci circonda non deve presentarsi come un contemplativo lasciarsi trasportare passivamente da segni che potrebbero far decadere la deriva in un fastidioso esoterismo o misticismo ampiamente discutibili. Non tutti conoscevano così bene Alghero, me compreso, e perdersi è stato un gioco divertente, ma anche se la si conoscesse come le proprie tasche ci si potrebbe perdere ritrovandosi in situazioni irripetibili piuttosto che ripetitive. Come ha ben colto Jappe, «l’importanza del caso diminuisce con l’accresciuta conoscenza del terreno, permettendo di scegliere le sollecitazioni a cui si vuole andare incontro»[4]. Insomma, il dialogo col contesto che ci circonda deve essere razionale, dialettico: come la triade hegeliana dell’idea in sé, l’idea fuori di sé e l’idea che ritorna a sé, in triplice rapporto con lo Spirito che si divide in soggettivo, oggettivo e, infine, assoluto, momenti in cui esso si pone nella tesi, si nega nell’antitesi e si ricompone nella sintesi; allo stesso modo la deriva racchiude a sé questo divenire. Perdersi per poi ritrovarsi. Frammentarsi per ricomporsi in un’unità e una totalità radicalmente altro e oltre.

Quello che in un primo momento sembrava un corteo compatto, rischiando così di fraintendere la deriva a un seguire dovunque le poche persone in testa dando loro un qualche ruolo illecito – e fastidiosamente autoritario – di leader, si è poi improvvisamente frammentato in tre gruppi diversi i quali si sono diramati in direzioni opposte, perdendosi ognuno tra i propri stimoli dettati da una diversa percezione e consapevolezza dello spazio architettonico e del tempo urbano. Questi tre gruppi si sono poi divisi a loro volta in altrettanti piccoli gruppi, sino ad arrivare in extremis anche a tre partecipanti che, per esempio, hanno poi proseguito il proprio percorso in solitaria, ognuno per conto proprio. Qualcuno ha incontrato vecchie conoscenze, invitandole e coinvolgendole così nella pratica della deriva. Certuni si sono allontanati in biciclette non loro. Altri si sono addentrati in una cattedrale accompagnati dal piacevole suono di un organo. Qualcuno ha provato a rinominare i luoghi in base alle sensazioni che ne scaturivano dal linguaggio delle sue conformazioni, dai volti di passaggio, dai suoi microclimi: Via Luminosa, Via del Corallo, Quartiere Porco, o Rosa, Via Degrado. C’è chi si è fermato sotto la torre di San Giovanni, incontrando qui passanti conosciuti e sconosciuti, mentre altri si sono adagiati ai piedi della Torre di Sulis, con gli scogli a picco e la notte priva di stelle. Un gruppo frammentato, poi ritrovatosi compatto nel buio labirintico del centro storico di matrice catalano-aragonese, ha continuato nei bar il proprio percorso. C’è anche chi ha trovato la propria meta di fronte al mare, adagiandosi in spiaggia e lasciandosi dietro quella che ha definito la frenesia della città, per ricomporsi nel rumore delle onde.

L’esperienza è stata per molti nuova, intensa, una serata diversa dal solito, ma è bene ricordare come «per Debord e i suoi amici, la deriva era un modo di vita permanente, piuttosto che un’esplorazione temporanea della città», ed è dunque per questo che «poteva durare dieci giorni o qualche mese. Ecco allora che acquista un senso diverso, ovvero quello di una fetta di vita errabonda, estremamente intensa»[5]. Sarò banale e scontato nelle conclusioni, ma Debord ce lo aveva anticipato dicendo che «la formula per rovesciare il mondo non l’abbiamo cercata nei libri, ma errando»[6]. Contento dunque che la biografia da me composta non sia bastata e, dalla presentazione di un libro, la voglia di trasformarsi in pratica è stata una vera e propria esigenza, un fremito imprescindibile e inevitabile. 



[1] J.P. Sartre, Critica della ragione dialettica, Il Saggiatore, Milano, 1963, p. 81
[2] G. Debord, Théorie de la dérive, in Internationale situationniste, n.2, Paris, décembre 1958; consultato in: Internazionale Situazionista, Nautilus, Torino, 1993, p. 19
[3] I. Chtcheglov, Formulaire pour un urbanisme nouveau, in Internationale situationniste, n.1, Paris, juin 1958; consultato in: Ivi, p. 15
[4] A. Jappe, Guy Debord, manifestolibri, Roma, 1999, p. 75.
[5] A. Jappe, «La dérive: superamento dell’arte o opera d’arte?», Millepiani/Urban, n.5, Milano, 2013; consultabile in: https://francosenia.blogspot.com/2016/02/derivati.html#links
[6] G. Debord, In girum imus nocte et consumimur igni, in Id, Opere cinematografiche, Bompiani, Milano, 2004, p. 175


ISBN: 978-88-85790-37-7
Autore: AFSHIN KAVEH
Editore: CATARTICA EDIZIONI
Data di uscita: 6 marzo 2020
Genere: Saggistica politica
Collana: I DIARI DELLA MOTOCICLETTA
Prezzo: 14.00 €
Nº pagine: 168
Dimensioni: 12x20,5 cm




Le ceneri di Guy Debord


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