Header Ads

test

Leucemie di guerra: una voce dal cuore della Sardegna. Intervista a Giulia Spada

Foto: Libreria Messaggerie Sarde, 08.09.23, Francesca Arca e Giulia Spada
Giulia Spada è una scrittrice e ricercatrice il cui lavoro si concentra sulla divulgazione delle storie spesso inascoltate e delle realtà dell’occupazione militare. Venerdì 8 settembre, presso la Libreria Messaggerie Sarde a Sassari, ha presentato il suo libro, intitolato Sono Morto come un Vietcong. Leucemie di Guerra. Quest’opera rappresenta più di una semplice narrazione; è una testimonianza coraggiosa e necessaria di una realtà poco conosciuta che ha profondi impatti sulla vita delle persone e sull’ambiente.
Il libro di Giulia Spada dipinge un quadro commovente e sconvolgente di ciò che accade in un piccolo centro nel sud della Sardegna. La voce narrante è quella del padre dell’autrice, un professore in un piccolo centro sardo, che racconta gli orrori della guerra vissuti quotidianamente nella sua comunità. Questa è una storia di lutti prematuri, di malattie devastanti come le leucemie e i tumori, e di animali che nascono con deformità orribili. È anche una storia di militari e basi militari che si stagliano nell’ombra delle nostre comunità.
La forza del libro di Giulia Spada risiede nella sua capacità di far emergere una storia personale e trasformarla in una storia collettiva. Il libro cerca di condividere gli effetti devastanti dell’occupazione militare in Sardegna, gettando luce su una realtà spesso nascosta dietro retoriche istituzionali e politiche. Giulia Spada cerca di smantellare il mito che le malattie siano legate a fattori genetici, spingendo la società a riconoscere i veri colpevoli di questi orrori.
Nell’intervista che segue, esploreremo più a fondo la storia raccontata nel libro di Giulia Spada, il suo impegno nella lotta contro la colonizzazione militare e la retorica, e come vede il futuro del movimento per la giustizia ambientale e sociale in Sardegna.

Puoi raccontarci come è nata l’idea di scrivere il libro “Sono Morto come un Vietcong. Leucemie di Guerra”? Qual è stata la tua principale motivazione?

Ho deciso di realizzare questo libro, da grande, se così si può dire, spinta in particolare da una persona a me molto vicina che, conoscendo la mia vicenda famigliare, mi ha sollecitato a stappare la penna e a dare voce al racconto. Il libro esce nel 2020 ma inizio a scriverlo a cavallo della pandemia, quando il lessico di guerra era diventato ormai pervasivo nella comunicazione istituzionale e comune. Ho pensato che fosse il momento anche di riportare l’attenzione sulla guerra in casa nostra, di cui nessuno parla.

Nel libro, tuo padre è il principale narratore della vicenda. Come hai affrontato l’esperienza di raccontare una storia così personale e dolorosa attraverso i suoi occhi?

Il racconto attinge ai miei ricordi di bambina e ragazzina. Tutti gli aneddoti che io racconto sono cose che ho vissuto realmente e così i personaggi che si incontrano mano a mano fanno parte del panorama del mio passato. Per organizzare il racconto ho dunque seguito semplicemente il filo logico dei miei ricordi, e li ho intrecciati a delle parti che sono di fantasia, ma che diciamo potrebbero essere verosimili e che mi servivano per portare il lettore insieme a me in un processo di significazione di quanto avviene in Sardegna. È stata una esperienza piuttosto intima, è stato come continuare a dialogare con mio padre, riportarlo in presenza accanto a me: una specie di rituale di commiato.

Il libro mette in luce gli impatti devastanti della militarizzazione in Sardegna. Qual è stata la tua esperienza nel cercare di far emergere questa realtà spesso nascosta?


Il libro innanzitutto è un racconto romanzato di una vicenda di famiglia, che mi tocca in prima persona. È la significazione, in chiave più ampia di un grave lutto che ho dovuto affrontare ma che, come me, affrontano moltissime sarde e moltissimi sardi a causa delle condizioni in cui versa il nostro territorio. La cornice del racconto è l’esplicitazione di un lungo problema coloniale che esiste in Sardegna all’indomani della seconda guerra mondiale, e cioè la presenza di installazioni militari prevalentemente a guida NATO che dagli anni 50 ad oggi continuano a provocare nel nostro territorio morte e devastazione, sia dal punto di vista di inquinamento ambientale che di gravi malattie ai danni della popolazione, non solo militare ma anche civile. Ho pensato che la forma del racconto potesse essere utile per sollecitare una parola sociale intorno agli orrori della guerra che viviamo in casa nostra, talvolta senza saperlo, per riflettere sul fatto che anche da noi si trovano vittime di guerra, civili che rimangono vedovi, vedove, orfani e orfane e per fare in modo che intorno alla mia storia, se ne raccogliessero delle altre per dare maggiore forza alla presa di consapevolezza rispetto a ciò che accade.

Hai menzionato la necessità di smantellare la retorica che giustifica le malattie in Sardegna come un fattore genetico. Come pensi che il tuo libro possa contribuire a questo processo?

Il fatto di raccontare una piccola storia personale e metterla in rete con tante altre penso sia molto importante affinché si costruisca un sapere sociale alternativo che possa quanto meno dialogare con quello istituzionalmente imposto. Ritengo infatti fondamentale cercare di andare alla nascita di ogni mito che avvolge le costruzioni sociali nella nostra Isola per poter mostrare altre possibilità, altre narrazioni.


Durante la presentazione del libro a Sassari, è emersa la questione della criminalizzazione dei movimenti di protesta. Puoi condividere le tue riflessioni su questo tema?


Secondo alcuni ricercatori la Sardegna è un territorio palestinazzato, nel senso che vigono gli stessi meccanismi di potere e di dominio che si trovano appunto in Palestina. Uno di questi è la criminalizzazione dei movimenti di protesta, che vengono mostrificati, affinché le persone che li animano vengano dipinte come pericolose e perché pure i concittadini ne abbiano timore e paura. Penso dunque che prima di tutto occorra fare un lavoro profondo di sensibilizzazione sull’opinione pubblica perché ci si renda conto che i criminali non sono le cittadine e i cittadini che si oppongono all’occupazione militare, ma coloro che invece affamano i nostri territori e fanno morire di malattie generate dalla guerra che abbiamo in casa.

Qual è il messaggio principale che speravi di trasmettere ai lettori attraverso il tuo libro? Cosa ti auguri che le persone possano trarre da questa storia?

Mi auguro che leggendo la mia piccola storia personale, si trovino dei rispecchiamenti prima di tutto: che altre persone che hanno fatto la mia esperienza non si sentano sole e abbandonate, e che appunto si possa attivare un circuito virtuoso di persone che hanno voglia di raccontare la propria verità, costantemente espropriata dal racconto istituzionale dominante che narra la Sardegna come isola incontaminata e luogo perfetto per la ricerca scientifica e l’innovazione tecnologica.

Alla luce di tutto ciò che hai imparato e condiviso attraverso il tuo libro, quali passi o azioni pensi che siano necessari per portare cambiamenti concreti nella realtà dell’isola?

Come dicevo prima, a mio avviso è importante riportare la parola alle persone, ridare voce al racconto di coloro che hanno avuto parte in questa storia, da vittima. Poter fare in modo che si attivino momenti in cui queste narrazioni escano con forza, affinché inizi a scricchiolare il messaggio che l’industria bellica non può che portare benessere in Sardegna.

Infine, puoi condividere i prossimi passi o progetti futuri in cui potremmo vedere il tuo impegno continuare a far luce su questa importante questione?

Mi piacerebbe poter girare più frequentemente in dibattiti, presentazioni, in generale in momenti di scambio che ritengo laboratori importantissimi affinché si generi il sapere sociale di cui abbiamo parlato prima.

(Giovanni Fara)

Nessun commento