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Cinema Sociale e Inclusivo: Il Successo di “Buon Lavoro” di Marco Demurtas

Siamo lieti di presentarvi un’intervista con Marco Demurtas, il regista di Buon Lavoro, un film che ha recentemente fatto il suo debutto su Amazon Prime Video. Questo progetto cinematografico, sebbene si inserisca nei canoni della commedia, va oltre il semplice intrattenimento. Buon Lavoro è un’opera che ci invita a riflettere sul mondo dei media e pone una luce speciale su diversi temi sociali, dalla promozione dell’inclusione al problema della disoccupazione.

1. Marco, puoi condividere con noi l’spirazione alla base del tuo film? Come è nata l’dea per questo progetto?

L’ispirazione, come in tutti i miei progetti l’ho avuta dalla vita: le cose che vedo, specialmente nel mio lavoro di pedagogista. La realtà, come ci ha insegnato Vittorio De Sica, a volte è più assurda della finzione e le storie vere hanno un qualcosa di tragicomico che mi appassiona. L’umorismo, infatti, è anche il modo con cui riesco ad esprimermi quando esercito la mia professione educativa, spesso a contatto con problemi di devianza sociale o di disagio, talvolta molto drammatici. Nel dramma, il lato comico, spesso, ti fa sopravvivere: è una forma di reazione quasi salvifica!
Le idee per il film sono nate quando mi sono imbattuto in uno di quei programmi della cosiddetta “TV spazzatura” dove anche il dolore delle persone diventa parte dello show business: tutto è spettacolo, pure la sofferenza e la morte.
Il mio film pone quindi il focus su un argomento molto attuale.
Anche io collaborando quotidianamente con i Servizi Sociali, i Serd e i Centri di salute mentale, ho avuto a che fare con casi drammatici, talvolta bizzarri o surreali che chiedevano solo di essere ascoltati. Tuttavia c’è una differenza sostanziale tra il mio lavoro e il mondo dello spettacolo: io ho un’etica e una deontologia professionale e so benissimo che la prima regola è il rispetto verso gli altri, specialmente per chi soffre.
Ma se nascesse un programma televisivo per casi umani? Una sorta di “Amici” del disagio? Un talent dei falliti? Nel film si parla di un reality spregiudicato dove chi racconta la storia più strana, avrà in premio una vita da star, grazie al televoto. È questo il tragicomico e distopico universo che ho cercato di narrare.

2. Il film, pur essendo una commedia, affronta temi sociali importanti come la disoccupazione. Qual è il messaggio che desideri trasmettere al pubblico attraverso questa pellicola?

La disoccupazione non deve essere una stigmatizzazione. Tuttavia c’è addirittura chi si vergogna di andare al Centro per l’impiego per cercare lavoro. Nel mio film invece, uno dei protagonisti, interpretato da Jacopo Falugiani, “se ne frega di tutto ciò” e va addirittura ai Servizi Sociali per chiedere un finanziamento per poter incidere un disco. Vuole diventare una pop-star! Lui non ha certo paura di credere ai propri sogni. Ecco! In questa gag comica, si trova forse, uno dei miei messaggi: i giovani d’oggi non sono tutti dei bamboccioni; c’è qualcuno che vuole inseguire i propri sogni, anche se astrusi. Il nostro pazzo protagonista, non ha nessuna vergogna ed è molto coraggioso. Il film fa ridere lacrime amare, mentre si parla di temi come la teen generation e l’adultescenza. In un mondo dove la disoccupazione è al minimo storico, augurare buon lavoro è come chiedere come stai a un moribondo.

3. Come descriveresti il processo creativo dietro la realizzazione del film?

Il film nasce all’interno di un progetto socio-educativo di formazione sui mestieri del cinema, e molti degli attori sono degli allievi diversamente abili o con problemi di disagio e di dipendenza che stanno affrontando un percorso di riabilitazione. La cosa più bella è che questi ragazzi hanno avuto l’occasione di lavorare, imparare, crescere e socializzare, affiancati a big del cinema e del mondo dello spettacolo in genere, sino ad arrivare sul set di un vero film. Si è trattato per loro di una sorta di favola, quasi un “sogno americano” che si è realizzato! E il cinema, secondo me, deve essere sogno, altrimenti non è cinema. Alcuni dei miei allievi, hanno successivamente deciso di prendere la strada dell’audiovisivo anche a livello professionale, come scelta di vita.

Buon lavoro è un film “diversamente fatto”, un “diversamente” film, un po’ come se si trattasse di un “diversamente abile”, nel senso che è nato in maniera diversa da tutti gli altri film che si trovano nel firmamento di Amazon Prime Video. Non ci sono state alle spalle grosse banche, sponsor o finanziamenti ministeriali e regionali. Buon lavoro è un film piccolo piccolo, sviluppatosi in un laboratorio promosso dai Servizi Sociali e girato in gran parte in una Comunità per recupero tossicodipendenti. Parte dello staff, dei falegnami, delle sarte e degli scenografi, era costituito da persone che stavano facendo un difficile percorso riabilitativo, nel tentativo di dare una svolta alla propria vita.

4. Che tipo di impatto ha visto il film grazie al coinvolgimento sul set degli allievi dell’associazione Cinemascetti Social Art e giovani diversamente abili?

I miei giovani allievi, gli artisti, i tecnici professionisti e i grandi personaggi presenti nel film, hanno tutti contribuito a creare una forte sinergia. Buon lavoro è un film che trasmette amore, intrattiene e al contempo fa riflettere. È una sorta di meta-film che rappresenta una metafora sui sogni: è possibile riuscire, anche se hai meno possibilità degli altri (come ad esempio un forte handicap) dove sembrerebbe impossibile arrivare.
Noi ce l’abbiamo fatta!
I ragazzi down, quelli autistici (molti di loro presenti nel film come protagonisti) e tutti coloro che hanno contributo alla realizzazione del progetto, rappresentano un esempio perché grazie alla loro testardaggine e alla loro forza di volontà, sono stati in grado lanciare il cuore oltre l’ostacolo. E tutto ciò traspare dalla pellicola.



5. Buon Lavoro vanta la partecipazione di numerose star internazionali. Come è stato lavorare con attori del calibro di Giancarlo Giannini, Giuliana De Sio e Franco Nero?

Gli attori fuori dal set sono tutti un po’ eccentrici
Ad esempio, Giancarlo Giannini è un appassionato del pesce e preferisce gustarlo al limite della cottura. Abbiamo deciso di accontentarlo portandolo al miglior ristorante per assicurarci che trascorresse la serata senza preoccupazioni. Il suo apporto sul set è stato prodigioso e la sua professionalità immensa.
Franco Nero invece è un appassionato sostenitore della Roma, e prima dell'inizio delle riprese, ha insistito nel guardare la partita della sua squadra in diretta in TV. Avevo sentito dire che si sarebbe arrabbiato molto se la sua squadra del cuore avesse perso.
Per fortuna, la partita è andata bene. Ricordo ancora la tensione che Maurizio Pulina, il nostro coach, provava mentre seguiva Franco per tutta la partita, chiaramente preoccupato. La sua esultanza esplosa al momento del goal è qualcosa che non dimenticherò presto. È stato davvero esilarante!
Potrei raccontare diversi altri aneddoti ma ciò che resta di questa esperienza è la possibilità di apprendere qualcosa di nuovo sul set grazie alla grande professionalità di ciascuno di questi attori.

6. Il tuo progetto ha coinvolto artisti molto diversi fra loro, tra cui spiccano anche alcuni attori sardi come Pino & gli Anticorpi e Benito Urgu, che sono considerati pilastri della comicità in Sardegna e ben noti anche fuori dalla regione. Puoi raccontarci come è stato coinvolgere tutte queste figure nel film e quale contributo hanno apportato al progetto?

Si è trattato di lavorare con amici Sì. È questa la prima parola che mi viene in mente quando penso a loro. Stefano e Michele MancaGiuseppe GiacobazziMassimo LopezAlvaro VitaliBenito UrguPippo Franco Peppe Iodice sono delle carissime persone che sono entrate in questo percorso artistico con la passione e la voglia di dare un contributo al progetto. Sono stati fantastici. La loro presenza ha dato armonia e serenità al gruppo. I veri attori sanno che far ridere è una cosa serissima. Inoltre, nel nostro contesto, a contatto con persone diversamente abili, la loro presenza è stata terapeutica e necessaria per smorzare con la risata, alcuni momenti di tensione, fisiologici all’interno di una produzione cinematografica. Non smetterò mai di ringraziarli.

7. Come ti senti ora che Buon Lavoro è disponibile su Amazon Prime Video e ha raggiunto un pubblico più ampio?

Mi sento come un babbo che ha un figlio disabile ed ora lo sta vedendo laurearsi all’Università. Sono molto orgoglioso di questo traguardo e spero che la pellicola raggiunga un pubblico sempre più vasto, confidando nella forza del messaggio che abbiamo voluto trasmettere con la realizzazione di questo progetto.

8. Marco, come regista sardo, puoi condividere con noi il tuo punto di vista sullo stato attuale del cinema in Sardegna?

Credo che il cinema in Sardegna stia crescendo perché c’è tanta passione, talento e voglia di fare. Ancora, tuttavia, esiste un potenziale umano e professionale semi-sconosciuto. Credo che a Sassari, ci siano artisti, tecnici ed attori incredibili che potrebbero dare tanto. Io, ad esempio, in questi anni ho visto nascere nei miei laboratori tra i tirocinanti dell’Accademia di belle arti e gli allievi della Cinemascetti, tantissimi talenti. Attualmente in città esistono delle troupe validissime complete, nate da ragazzi che hanno fatto squadra, si sono industriati, hanno acquistato le attrezzature e sono capaci di fare lavori di altissima professionalità. È importante che si sappia. Non c’è bisogno di cercarli altrove, quando si fa un film! I professionisti li abbiamo anche qua e sono bravissimi, pieni di esperienza e amano il cinema. Io ne conosco davvero tanti e ho visto i loro lavori. Roba da Hollywood!

9. Puoi parlarci dell’annuncio del tuo prossimo laboratorio cinematografico?

In questo momento sto iniziando diversi laboratori. Il principio è sempre lo stesso: insegnare il cinema, fare il cinema, usare il cinema per favorire l’inclusione e raccontare il sociale. A breve inizierò un corso per bambini, in collaborazione con la Fondazione LPM Art attraverso il quale, in maniera giocosa, insegnerò le basi del cinema.

(Giovanni Fara)


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